Pedro

P e d r o


12 settembre, 2008

Il ritratto del sorriso

Cosa manca ?
Il giovane, madido di sudore, tanto che la maglietta blu sembra rigata di scuro, corre trafelato e con il volto sofferente per la fatica. La vecchia spinge la carrozzina con il neonato coperto ed appisolato, ansimando aspira avidamente il fumo da una sottile sigaretta bianca, la piccola bambina che cammina al suo fianco tiene un finto telefonino cellulare all’orecchio destro e continua a parlare ad alta voce con una sua amica immaginaria. Il giovane avanza sicuro a grandi falcate, tiene un telefono vero in mano e lo sguardo fisso su di esso, forse sta leggendo un messaggio. I vecchi seduti attorno al tavolino del bar, immobili sulle poltroncine, fissano il vuoto pieno di gente della piazza. Ovunque abiti firmati, automobili lussuose, gioielli, piercing e tatuaggi. Tre ragazzine passeggiano, pantaloni bassi a mostrare il ventre, borse firmate, brillantini sul volto in una scia di profumi inebrianti. Oltre a contrapposizioni fasulle, a fazioni falsamente opposte, all’accumulo di ricchezze, al parlarsi dietro ed addosso, cosa altro ci rimane? Su tutto una strana cappa di noia, di poca voglia. Cosa manca alla nostra civiltà occidentale, con tutti questi beni a disposizione, con tutto il nostro sapere acquisito, con tutto il nostro potere. Cos’è che ci manca?


Le passioni sono fuochi fatui che lasciano cicatrici indelebili, oppure spiragli di un bene superiore, riflessi luminosi di gioie chiamate felicità?

Il ritratto del sorriso


“Ma cos’è quel ritratto. Non l’ho mai visto.”
“Ma è una delle donne che ogni tanto dipingo. L’ho fatto questa estate”
“Credevo che fosse uno che ti avevano dato da esporre. Non l’ho mai visto.’
“Era in soffitta assieme agli altri. Quelli coperti dal cellophan, quelli appoggiati al muro dietro la mia scrivania.”
Lei non era persuasa. Il volto serio e pensieroso lo dimostrava eloquentemente. Non credeva alla spiegazione perché aveva maturato dentro di sé una convinzione cieca e contraria.”
“Stava là. Chiedilo a Luca, lui lo ha visto. Poi, sai che dipingere volti femminili mi è sempre piaciuto”
Lei fissa quel ritratto, lo sguardo assorto, tipico di chi sta rimuginando con il pensiero.
“Cosa dici? Lo spazio è minimo, di quadri non ne ho molti da esporre e mi sembra d’averli sistemati al meglio. E’ una mostra che ci può stare? Cosa ne dici?”
Lei fa una veloce scorsa sui quadri appesi alle pareti e poi si risofferma su quel ritratto appoggiato sul cavalletto da tavolo. Lui continua a sistemare quelli appesi alle pareti:
“Siccome espone uno scultore professionista,.uno che fa arte figurativa, ho portato anch’io due ritratti, al solo scopo di non passare per il solito hobbista di turno e di contorno.”
Lei mantiene la concentrazione di chi a scovato un bandolo e non lo vuol perdere mentre lui cerca di concentrare il discorso sulla disposizione della sala, invero piccola. Lei si volta:
“Dobbiamo andare da mia sorella, e da Miriam e Loris.”
Loro sono stati i suoi amici intimi, quelli delle prime uscite a ballare, quelli del periodo adolescenziale, e lei, MariaGrazia una delle amiche più fidate, ed ora… La vita, purtroppo, è anche questo. Lui, che è un po’ solitario e mantiene delle remore selvatiche nel temperamento, vorrebbe andarsene subito da un’altra parte. Il pensiero dell’inaugurazione, della gente, dei convenevoli, dei complimenti di rito, e di tutto un corollario di adempimenti già lo infastidisce:
“Lunedì andiamo a farci un giro da qualche parte. Perchè la fatica si accumula e occorre tempo per smaltirla. Se continua così, di tempo da dedicare a noi stessi ne rimane sempre di meno.”
Prima di uscire si gira e ritorna con lo sguardo a quel ritratto sorridente. Prima di voltarsi un impercettibile sorriso sfiora le sue labbra.
Lui sa, lei sa che lui sa. E’ come una catena. Appena fuori, lui la guarda mentre il sole accende di riflessi rossi i suoi capelli. E’ appena tornata dalla parrucchiera, e questo, data la rarità della cosa è già un avvenimento. Nonostante l’aria pensierosa, quasi preoccupata, è uno splendore. Almeno, è così che lui vuole che sia.
.
La lettera
Gli era capitato di trovarla con quella lettera in mano ma non gli era mai riuscito di leggerla. Con sua sorella aveva passato tutta una vita ma c’era qualcosa di lei che gli sfuggiva. Lui e sua sorella non si erano sposati e, anche dopo la morte dei genitori, avevano continuato ad abitare assieme nella grande casa di piazza Garibaldi. Per le faccende domestiche si comportavano quasi come marito e moglie, lei accudiva alla casa, curava il vestiario mentre lui l’aiutava ai fornelli, una passione che aveva avuto sin da bambino. Lorenzo e sua sorella Gisella andavano d’accordo, si potevano contare sulle dita di una mano le volte che, in tutta la loro vita, avevano avuto dei bisticci. E’ pur vero che godevano a vicenda di una grande libertà, ognuno usciva con i suoi amici ed amiche, ed anche in campo sentimentale avevano avuto delle relazione che, comunque, erano rimaste fuori dalla loro convivenza. Erano frequentazioni che si conoscevano, tranne che per quella lettera rosa che, ogni tanto, Gisella leggeva appartata e con gli occhi umidi di commozione. Lorenzo aveva cercato, in modo un po’ cialtronesco, di scoprirne il nascondiglio per poterla leggere, ma non vi era mai riuscito. Era una di quelle lettere che si usavano una volta tra innamorati, colorate e profumate, tanto che lui se ne accorgeva anche per via del profumo che rilasciava nell’aria ogni qualvolta veniva letta. Niente, comunque lui cercasse di leggerla non ci fu verso di farlo. Ora che sua sorella, ormai ottantaquattrenne giaceva ammalata grave in un letto d’ospedale, Lorenzo covava la curiosità di poter scoprire il mistero di quella lettera. Gisella, con gli occhi pesti per la febbre capì, e, con voce flebile:
“Vuoi conoscere dove tengo la lettera profumata? Ti ricordi di Renzo, il professore di lettere, il supplente, quello che abitò per un anno nella casa sopra la nostra? Ecco, noi abbiamo avuto una relazione di cui nessuno ha mai saputo niente. Dopo che se n’era andato ho cercato di seguirlo e lui mi disse di aspettare, che quando avrebbe avuto un posto sicuro ci saremmo sposati. Io insistetti molto per stare con lui e lui invece preferì scrivermi delle lettere, tutti i giorni. Questo durò per tre mesi e poi non lo sentii più, Di lui mi è rimasta solo l’ultima lettera, quella che ora tengo qua, sul mio petto, sotto la camicetta. Lorenzo sorpreso si domandò come avesse fatto a non accorgersi di nulla, forse perché in quel periodo anche lui era alle prese con una passione per una ragazza che faceva la commessa al supermercato. Gisella , con le poche forze che la sorreggevano fece cenno al fratello di prendere quella misteriosa lettera. A lui, vista la situazione non pareva il caso ma tant’era la curiosità che non resistette. Quando l’aprì rimase sbalordito, era solo un foglio rosa senza scritte ma con ancora un leggero profumo.
“Ma come, se ogni volta che aprivi questa missiva ti si inumidivano gli occhi, ti trasformavi. Diventavi quasi un essere trasognato. Invece è solo un foglio vuoto, Non vorrai mica prendermi in giro?”
Gisella ebbe un singulto per un risata che si fermò in gola:
“Tu non puoi leggere quel foglio, Li sopra ci sono le mie emozioni. Solo io le posso leggere.”
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E' tardi e non ho voglia di rileggere.
Buona raga, che da domani è festa di giostra,
che è come una rogna da grattare sotto la crosta.
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Buona sorte a tutti,
statemi allegri e sani,
anche domani.
Pedro.

1 commenti:

Anonimo ha detto...

Ma dove li leggi?