07 novembre, 2009

Ritorno e inizio

Torricella Verzate


Ritorno in Belgio


Domani è presto quì. Ci vuol poco, solo un giorno. Se poi è un domani particolarmente atteso allora ci vuole qualcosa di più, dipende da cosa ci si aspetta da esso. Jean si sistema gli occhiali ed esce in cortile. Da sotto il piccolo portico, quell’uomo non molto alto a smilzo, con suoi occhi tra il verde e l’azzurro chiaro, osserva un cielo grigio pregno di nuvole che faticano a trattenere la pioggia. L’aria è umida e l’erba del giardino s’è piegata verso est in un ritardato inchino di benvenuto all’autunno. La piccola panda bianca, pulita e tirata a lucido come per le grandi occasioni, è parcheggiata davanti al garage con il serbatoio pieno di benzina. Si volta verso la casa, nel vano della finestra scorge la figura di sua moglie Cecile intenta nelle faccende di cucina, starà probabilmente preparando il pranzo. Incomincia a scappare qualche goccia di pioggia ma a lui interessa poco, tanto sa che da domani mattina non sarà più qui, anzi, con la mente un po’ lontano lo è già. A pensarci bene poi, è meglio così, vorrà dire che non correrà il rischio di trovarsi delle nebbie sul tragitto che ha da compiere. Da domani, alla guida della sua utilitaria ed in compagnia della inseparabile moglie intraprenderà un lungo viaggio, destinazione il Belgio. E’ una avvenimento così agognato che da un po’ di tempo in qua non fa che parlarne, e che questo gli occupi così tanto la mente lo si avverte dal suo discorrere perché, anche quando i discorsi hanno come oggetto tutt’altri argomenti lui trova comunque il modo di precisare, quasi l’appuntasse alla sua stessa memoria, che lui “deve andare in Belgio”. Il motivo del viaggio, ripetuto quasi in modo ossessivo, è la visita annuale sulla tomba in cui è sepolta la sorella, lassù, in quel piccolo paese belga al confine con la Francia. Al ricordo di quella cittadina un leggero pensiero d’astrazione scivola sul suo sentire e se non fosse che, alla sua età si vergogna, lascerebbe che sui suoi occhi affiorasse il riflesso tremolante della commozione. Lui era nato in quel luogo, così come sua sorella, suo padre se n’era andato via dall’Italia dopo l’avvento del fascismo e s’era trasferito in quel posto perché là c’erano già altri connazionali che gli avevano trovato un lavoro in una fonderia. Della sua infanzia custodisce un ricordo bellissimo, come sente legata a sé in maniera indissolubile, l’immagine, mitizzata dal tempo, di suo padre. Le volte in cui, lui grande appassionato di ciclismo, lo portava a vedere le grandi corse classiche che si snodavano tra quelle strette stradine in pavé, le potenti urla di incitamento quando vedeva sopraggiungere i corridori italiani, i loro volti colmi di fango e distrutti dalla fatica, e gli occhi, simili a quelli dei ciechi, con lo sguardo che, piegato dallo sforzo, guarda altro, l’aria di festa, la birra , le ciambelle, la polvere nella magia dei ripidi muri della Parigi – Roubaix. Un sospiro, e rivede le corse ed i giochi a nascondino con la sorella, le serate accanto al camino e la madre che rammendava, la straordinaria unione della famiglia. Chi, per vari motivi, si trova a vivere in un luogo diverso da quello in cui è nato tende istintivamente a chiudersi nel nucleo di provenienza. Allo stesso modo con cui gli immigrati vengono recepiti come diversi dai nativi, almeno per i primi tempi, a loro volta tendono a considerare i locali come estranei. Questo vale soprattutto per gli adulti, uomini o donne che siano, perché per i bambini non è così, loro familiarizzano subito, loro sì che si sentono e si vedono uguali. Nonostante la crudeltà di cui sono capaci i piccoli umani, almeno finché la loro mente rimane nell’alveo infantile, si comportano da fratelli, da uguali, fanno gruppo e solidarizzano tra loro, le loro eventuali cattiverie sono le medesime che si consumano tra consanguinei e non hanno la logica discriminante delle appartenenze.

Infatti Jean si sente ancora un po’ francese, forse ancor più che italiano, perché è in quel luogo che ha scoperto il mondo, frequentato le scuole e le amicizie, vissuto i pruriti adolescenziali, le prime passioni, ha costruito il suo diventar uomo adulto ed ha iniziato a lavorare nella stessa fabbrica in cui lavorava suo padre.

Che la vita sia tutta racchiusa in quei pochi anni e poi si passi il resto del tempo a cercare di riviverli?

Finalmente il domani arriva.

E’ mattino presto, il giorno fatica a farsi strada in un cielo plumbeo. La strada è quasi deserta, lui predilige viaggiare in questi orari, non c’è traffico e la guida dona la soddisfazione del vagare spensierato-

Ha preso a piovere, sente il ticchettio delle gocce sul tettuccio, l’asfalto animarsi di puntini scuri ed il parabrezza riempirsi di piccole bolle. Il tergicristallo inizia a ritmare silenzioso e monotono il tempo della visione del paesaggio.

Jean ha come un presentimento ma lo scaccia subito dalla mente. Chissà se corrisponde al vero ciò che Cecilia dice, cioè che la vita è simile ad un cerchio per cui più ci si avvicina al suo termine e più si ritorna al suo inizio, di come i comportamenti della senilità assomiglino a quelli dell’infanzia.

Lui ricorda solo come, ed era il 65, suo padre decise improvvisamente di ritornare in patria, al suo paese natio, una decisione che lui non è mai riuscito a comprendere appieno, e che soprattutto non ha mai accettato perché così era costretto a lasciare là la sua ragazza.

Era il 65 quando presero casa al paese in cui erano nati i suoi genitori, di quel periodo gli son rimasti pochi e confusi ricordi, sicuramente meno di quelli che gli hanno segnato la vita dell’anno seguente, perché in quel maledetto anno se ne andarono improvvisamente, a soli tre mesi di distanza uno dall’altra, suo padre e sua madre.

A volte gli capitava di ritrovarsi un tarlo, un dubbio nella mente, pensare che se suo padre avesse ritardato il suo rientro in Italia, avrebbe di conseguenza ritardato anche la sua morte. Come se la vita di suo padre fosse dipesa dal suo rientro in patria e non da quel male che gli aveva devastato i polmoni.

Ora la pioggia si è fatta fitta ed il rumore delle ruote che fendono la pioggia sull’asfalto avvolge l’abitacolo in un fruscio continuo.

Cecile se ne sta rannicchiata sul sedile, le braccia conserte e lo sguardo fisso alla strada.

Jean vorrebbe chiederle a che cosa sta pensando, ma si trattiene, si ricorda di come un giorno una sua amica avesse protestato quando lo sentì porre questa domanda a Cecile, disse che era un’invasione nel privato di una persona, un limitarne la libertà, ma lui, ingenuamente voleva soltanto esser parte di un attimo di Cecile.

No, non glielo avrebbe chiesto, ormai aveva imparato a tenersi la curiosità per sé, comunque già conosceva la risposta, l’inevitabile “niente, a niente di particolare.”

La pioggia non vuol saperne di smettere, Jean guarda la macchie scure sulle mani, gli ricordano i suoi ottant’anni e più, ritornare al paese in cui era nato poteva avere un significato che andava oltre quello di una semplice gita nei ricordi.

.

Ciao raga,

qui il tempo s'è messo a far pioggia.

Ricordo le docce del sabato pomeriggio da Maria la sporca,

sù per la strada che va a Sesto.

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Che la buona sorte con noi abbondi,

che non ci lamentiamo.

Pedro.

03 novembre, 2009

La fine del piccione - n. 4


La fine del piccione
Traccia n 4 (?)

Ivano sobbalzò così forte che finì per andare a sbattere con la schiena contro il tavolo. Nonostante la luce fioca della sua torcia vide balenare un riflesso da quel buco, ed era quello di un occhio.
Tra lo sbalordito e lo spaventato si ritrovò seduto per terra, con le spalle appoggiate al tavolo, il sangue che pulsava forsennatamente nelle vene, il petto immobile per aver smesso di respirare ed un enorme buco nello stomaco. Rimase impietrito in quello stato per un attimo, un lasso di tempo sospeso impossibile da quantificare in minuti od ore, perché in questi casi la mente ha capacità di elaborazione slegata dalla dimensione temporale.
Fuori il temporale aveva smesso di tuonare ma si sentiva ancora lo scrosciare della pioggia nel vento. La torcia elettrica gli era scivolata dalla mano ed era rotolata dietro al tavolo spegnendosi. Mentre fuori era tutto un tumulto, nella stanza il respiro affannato di Ivano dava risalto ad uno strano silenzio plumbeo, come se il luogo tutto si fosse messo in muta e trepidante attesa di un accadimento. Sembrava che sul quel luogo avesse preso ad aleggiare l’attesa impaziente e temuta del compimento di un cattivo presagio. Nel riprendersi dallo spavento s’accorse d’avere lo sguardo rivolto verso quell’angolo della stanza, fisso su quella macchia umida in cui s’era formato quel buco. Quello che aveva appena vissuto era stato così inaspettato e repentino da accorgersi di non esser poi così sicuro di cosa avesse appena visto in quel pertugio sulla parete. Prese la torcia ma questa non volle più accendersi. La batteria se n’era andata definitivamente, non avrebbe più dato energia a nessun’altra lampada. Stette per un po’ silenziosamente in ascolto, dalla parete non giungeva alcun rumore ma Ivano era in preda all’inquietudine, quel barlume che aveva intravisto nel buio della fessura gli aveva tolto tranquillità e sicurezza. Sentiva più che mai l’esigenza di indagare a fondo quel fatto, di riaccostarsi al muro e di osservare meglio la parete ed il foro che si era andato formando, doveva farlo, doveva esaminarlo approfonditamente. Quella storia iniziava ad avere troppi lati oscuri e misteriosi, troppe stranezze, e tutto questo lo inquietava assai, tanto che, e ne era consapevole, non avrebbe più chiuso occhio per quella notte. Come spesso succede nelle situazioni d’emergenza queste acuiscono l’ingegno ed è quello che successe in quell’occasione, Ivano trovò subito la soluzione adatta per illuminare a giorno quell’angolo di muro dietro al divano. Si ricordò di avere una lampada da tavolo sulla scrivania, la staccò dalla presa e la appoggiò per terra proprio dirimpetto alla parete in cui s’era aperto quel buco. Dopo aver inserito la spina della lampada nella presa adiacente al divano accese la lampada.
Disponendo finalmente di una fonte luminosa adeguata alla bisogna prese ad osservare minuziosamente quell’angolo ben illuminato. La parete della stanza, la stessa che aveva creato tanta apprensione, all’evidenza della luce si rivelava per quello che era, un semplice muro intonacato all’interno del quale celava una cappa di camino, una canna fumaria antecedente i lavori di restauro, probabilmente ricoperta al tempo in cui venne rifatto l’impianto idraulico e quello di riscaldamento, quando vennero sostituiti i caminetti con i più moderni e comodi termosifoni. Almeno così era ciò che gli aveva ricordato il proprietario ogni qualvolta lui aveva avuto l’ardire di lagnarsi per la rigidità della temperatura in cui era costretto a vivere. Con quella sua voce nasale; Ma sai cosa ho speso per sistemare l’impianto? Ma sai cosa mi costa mantenere questa casa? E non parliamo delle tasse. Ah, forse era meglio se lasciavo i camini, con quelli bastava un pezzo di legna e scaldavo tutta la casa, e nessuno si è mai lamentato. Ivano l’aveva imparata a memoria quella filippica, tanto che s’era convinto che l’avarizia fosse qualcosa di più di un modo d’essere, un vezzo che con il protrarsi nel tempo finiva con il diventare una vera e propria malattia mentale. Lasciò perdere quella divagazione e riprese ad osservare la parete macchiata. Ora, e questo si appalesava chiaramente, l’infiltrazione d’acqua piovana dal tetto aveva fatto sì che la caligine nera del camino trasudasse all’esterno formando quella macchia così scura da sembrare dipinta. La corrosione poi aveva fatto il resto, il muro fradicio aveva lasciato solo l’intonaco a far da parete con l’esterno, tanto che, probabilmente, pensò Ivano, uno dei piccioni caduti nel camino, nel tentativo di liberarsi da quella buia prigione in cui s’era venuto a cacciare, con il becco aveva fatto cadere una parte dell’intonaco formando quel foro che ora, alla luce chiarificatrice della lampada, appariva solo come un buco vuoto.
Davanti a tanta evidenza i suoi nervi finalmente si rilassarono. Non s’accorse subito di come fosse svanito per incanto il cattivo odore che fino a poco prima aveva avvertito provenire da quel luogo, avrebbe avuto modo comunque in seguito di rimpiangere per non averlo fatto. Senza accorgersene sospirò alcune volte prima di rialzarsi dalla scomoda posizione a carponi in cui s’era messo per osservare meglio quell’angolo. Un po’ per la tensione ed anche per il calore che generava la lampada da tavolo si ritrovò con il respiro affannato e le mani madide, con fastidio sentì il sudore impregnarli la fronte e scendere lungo il collo. Prese la lampada e la rimise sulla scrivania prima di spegnerla. Non sopportava per nulla l’umidità appicicaticcia del sudore sulla pelle, ed al solo pensiero dell’odore sgradevole che emana il corpo in secrezione non perse altro tempo ed andò subito in bagno a farsi una doccia. Con l’acqua tiepida che gli scivolava sulla pelle e tonificava i muscoli si sentì rigenerare sia nel corpo che nella mente.
Guardò l’orologio da parete che teneva nell’atrio, erano le tre. Cavolo, pensò, come passa il tempo quando succedono cose strane come questa. Rinfrancato rientrò nello studio ed inconsapevolmente gettò uno sguardo a quell’angolo buio, e da quell’angolo gli ritornò la scintilla di uno sguardo. Un soprassalto gelido gli corse lungo la schiena donandogli un fremito inatteso. Rimase fermo, quasi pietrificato ad osservare nella penombra quel pezzo di parete forata nel mezzo della quale spiccava quel buco buio. Da là, da quel piccolo pertugio scuro vedeva chiaramente il riflesso di un occhio, lo sguardo di qualcuno che lo stava osservando. Fu tale la sorpresa che non s’accorse subito di come improvvisamente da quel punto prendesse a provenire nuovamente il fastidioso rumore del raschiare.
Con la pazienza che stava scemando definitivamente rimise nuovamente nel mirino dell’attenzione quell’angolo che già incominciava a maledire. In effetti, ed ora ne era certo, da quel buco mimetizzato nell’ombra coglieva il balenare furtivo di uno sguardo osservatore.
Imprecò alla fatalità. In un baleno dallo stomaco si diffuse per tutto il corpo una rabbia forsennata. L’istinto fu di gettare quello che teneva tra le mani, senza nemmeno chiedersi cos’era, contro quella parete. La volontà feroce che lo spingeva era quella di disintegrare quell’angolo maledetto, di distruggere il muro con tutto quello che stava al suo interno,
Prese la libreria che stava di lato al divano e la spinse con rabbia verso quella parete. Nonostante il peso del mobile, sui suoi ripiani stazionavano ben allineati parecchi libri, riuscì in poco tempo a farla scivolare per i due metri che occorrevano per poterla appoggiare al muro e coprire quella macchia ed il suo buco misterioso.
Si meravigliò per la quantità di forza che era riuscito a produrre in quel frangente, aveva sempre creduto di non esserne capace, lui che prediligeva lo studio e la vita comoda e non amava le attività sportive. Osservando la libreria che fungeva da riparo frapposto fra sé e la canna fumaria della parete, comprese come la rabbia possa, di pari passo con l’accecamento della ragione, moltiplicare in maniera esponenziale la forza stessa di chi ne è preda.

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Ciao a tutti, anche ai maliziosi, malileziosi, maleoziosi.
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Ciao raga,
che la fortuna ci dia ascolto,
molto.
Pedro.

30 ottobre, 2009

Il futuro


Il futuro appartiene al domani

Rivedo mia nonna, la sua veste nera puntinata con fiorellini bianchi, i capelli grigi sotto il foulard scuro ed i suoi occhi neri, i suoi occhi che mi abbracciano con dolcezza. Sento l’odore rancido che ha il tabacco quando ristagna a lungo sul fondo della pipa che spunta da sotto i baffi bianchi striati di giallo di mio nonno, ed incontro il suo sguardo indecifrabile filtrare dalla fessura dei suoi occhi chiari. Poco più in là mio padre osserva silenzioso mia madre concionare con le sorelle.
L’aria s’è fatta più greve di umidità e la luce ristagna impigliata nelle reti delle nebbie. L’evolversi del tempo arranca, la vita ha il respiro pesante delle incertezze ed il pensiero s’incurva al soffio prepotente dei ricordi.
Passando per le manifatture di Legnano giù, giù fino alle marcite di Ludriano.
Il volto di mio padre ha il tratto pesante di tristezze che coprono il dolore, la forma della consapevolezza del tragitto assegnato che simula rassegnazione, ed il luccicore dell’occhio a dare evidenza al sentire interiore.
Ci incrociamo nel mutismo dell’appartenenza, lui non è molto lontano da me ma la distanza è incolmabile. Si lo so, solo chi ha avuto in dote l’abbandono ha per cammino il vuoto fluttuante a chiamare incessanti passi a colmarlo.
Desueta, la parola orfano, è sintomo mendace.
Solo chi l’ha perso non sa di saper d’esser perso.
Un accenno, un’intesa, un ricordo, lo sento, non ne può più.
Il futuro non è dell’uomo, forse non lo sono nemmeno i ricordi, su di noi rimane il passato.
Fuori è fuori ed altro evolversi.
Cemento, metallo e chimica. Egoismo di felicità.
Cosa dici, è per questo che abbiamo lottato? E’ per tutto questo che abbiamo vissuto?
E’ per questo che abbiamo sognato?
Dimmelo. Dillo almeno a me. Che di te mi è rimasto solo il tuo passato.
Sul suo volto s'accende per un attimo una espressione indefinibile.
Il futuro è solo di sè stesso?

Si, lo so. Lo so che non lo saprò mai.
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Ciao raga,
domani è sabato, forse,
ma poi cambia qualcosa?
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E' vero, a me più che un tastiera servirebbe un testiera.
In quel rilievo, per altro corretto e doveroso, ho avvertito la classica inflessione autoritaria che ha la maestrina nei confronti dello scolaro. Che arrivi da un'aula, da un'ala, da una?
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Ciao a tutti, anche a quelli che non hanno studiato,
che sui media ci va chi ne sa meno di loro.

Buona a tutti, a chi fa le foto ed a chi le sviluppa, a chi chiama ed a chi non risponde, a chi gioca ed a chi guarda, a chi va sull'isola ed a chi viene rimandato sul continente, a chi va in montagna ed a chi non ha più la sciatica ma conserva gli sci di fondo, che comunque gli tocca di pedalare, pedalare...
Pedro.

27 ottobre, 2009

Marinaio Vogamondo


Il marinaio Vogamondo, il vecchio Sapiente e la terra di nessuno

Traccia n. 1
Ad annunciare il suo arrivo era il guardiano di turno al faro. Dalla sua postazione privilegiata, in cima alla torre, poteva scorgere altro orizzonte oltre a quello che riuscivano a vedere gli abitanti di quel porticciolo. Era lui che, per primo, scorgeva sulla linea che delimitava l’ignoto, il puntino bianco della vela issata sulla barca di Vogamondo. Senza indugi di sorta, in preda ad una trepidazione sincera, subito, il guardiano s’approssimava ai bordi del faro per annunciare, a gran voce l’arrivo della barca.
“Arriva! Arriva Vogamondo. Stà arrivando Vogamondo.”
Ripeteva quella frase a squarciagola quasi senza respirare per diverse volte, prima di riprendere il suo posto e seguire attentamente l’avvicinarsi lento di quell’imbarcazione. Il piccolo porticciolo sottostante, in un attimo abbandonava la sua atmosfera sonnecchiante intrisa di noie quotidiane, e prendeva l’aria concitata ed indaffarata che dà l’eccitazione per gli avvenimenti straordinari. Era la risposta naturale, l’evoluzione consequenziale al richiamo del guardiano. In breve tempo, nella piazzetta antistante il porto e sul molo stesso, si radunava tanta gente, quanta sembrava impossibile ne potesse contenere il paese di tanto ch’era piccolo; si trattava di poche ed umili case basse, con il tetto a terrazza tipico dei luoghi molto soleggiati e dalle scarse precipitazioni piovose, un agglomerato stretto su di una lingua di terra chiusa tra il mare e lo sperone roccioso su cui era arroccato.
Una volta giunta in porto, ed attraccato al molo, quello che al suo apparire era un puntino bianco rivelava per intero lo splendore di una lunga barca con una bella vela bianca sulla quale era stato ricamato il disegno di un gabbiano intento nel volo, con le ali larghe al vento.
Vogamondo era un giovane non tanto alto, ma robusto, la pelle scurita dal sole ed i capelli spessi e neri, con alcuni riccioli che gli uscivano da sotto il berretto e gli nascondevano gli orecchi. Aveva gli occhi chiari, verdi come l’acqua del mare a riva, il suo sguardo aveva la piega dell’impertinenza accompagnati da un atteggiamento spavaldo e sicuro di sè. Il sorriso che sfoggiava con generosità spesso aveva in sé la vaga impronta da presa in giro.
Mentre trasbordava il pescato, non senza particolare fatica perché finiva col ritrovarsi letteralmente circondato dai paesani accorsi al porto, il giovane pescatore doveva affrontare un’immancabile ed interminabile fila di richieste. In una confusione di voci e gesti, ognuno di loro aveva domande da porre, curiosità da soddisfare, dubbi da sciogliere, e tutto questo aveva come oggetto una cosa sola, la terra di nessuno. Luogo che solo Vogamondo aveva avuto la possibilità di conoscere e visitare, per cui quella terra era parecchio fantasticata e mitizzata.
Del pesce che il marinaio aveva catturato con le sue reti non importava nulla a nessuno, nemmeno alla pescheria che ritirava la sua merce per rivenderla. Alla gente importava una cosa sola, avere notizie fresche dalla terra di nessuno.
Chiedevano lumi, novità, anche cose risapute è già raccontate, ma tutte che riguardassero la terra di nessuno, quel mondo che, attraverso i resoconti del marinaio ognuno favoleggiava in cuor suo e che solo Vogamondo aveva avuto il privilegio, oltre che l’ardire, di conoscere di persona.
Una volta, terminato di scaricare il pescato, Vogamondo si sedeva al tavolo della taverna del navigante, l’unica del paese. A quel punto sembrava che tutti gli abitanti gli si stringessero attorno, raccolti in trepidante attesa di novità da quella che, secondo i racconti del marinaio, era l’essenza della felicità, una specie di paradiso in terra.
Un compito a cui il giovane marinaio, una volta che aveva completato lo scarico della merce, si sottoponeva di buon grado. Provava soddisfazione nel suo amor proprio ad essere al centro dell’attenzione, di sentirsi oggetto ti tante attenzioni.
Nel raccontare dei suoi viaggi e di quella terra misteriosa e felice Vogamondo riusciva a rapire l’attenzione di chi l’ascoltava, ad estraniarlo dalla realtà per catapultarlo in un mondo, sì fantastico, ma del fantastico interiore e privato di ognuno.
I giorni che intercorrevano tra un viaggio e l’altro il marinaio li passava al tavolino della taverna, piuttosto che davanti al molo, oppure sulla piccola piazza antistante la chiesa, a raccontare le meraviglie e gioie che avrebbe goduto chi fosse riuscito a raggiungere la terra di nessuno.
I resoconti di Vogamondo erano sinceri, in cuor suo aveva la certezza che ciò che andava raccontando fosse la verità. Quando descriveva un mondo senza egoismo, di una fratellanza della natura, di comunanza partecipativa di felicità in realtà estasiate, era cosciente di aver, forse, ingigantito e mitizzato quella terra, ma superava in un battibaleno questo piccolo dubbio al pensiero che, comunque, tutto questo veniva fatto a fin di bene, e per il bene di tutti.
Se un estraneo avesse guardato attentamente il muoversi della gente, lo svolgersi delle loro attività, ascoltato i discorsi ed il loro dipanarsi, si sarebbe accorto che non tutti i paesani circondavano Vogamondo ad ogni suo approdo. Seduto su di una roccia sporgente, appena prima della salita del vicolo della mula, avrebbe notato un vecchio dai capelli e barba bianchi, il volto raggrinzato dalle rughe, la pelle che sembrava si fosse adagiata sulle ossa e sui nervi di tanto ch’era magro e due occhi chiari e freddi al riparo delle lenti tonde di un paio occhiali. Lo avrebbe visto vestito con la solita camicia scolorita che in origine doveva esser stata azzurra con dei pantaloni larghi e bianchi, ai piedi due semplici sandali consunti.
Lo chiamavano vecchio sapiente perché aveva conosciuto, nella sua lunga vita, molte persone e paesi lontani, spesso chi aveva avuto bisogno di consiglio o di aiuto per risolvere qualche guaio, ricorreva a lui, e lui si era sempre dimostrato disponibile senz'altro pretendere che un semplice ringraziamento.
Lui se ne stava in disparte non perchè si sentisse investito della carica di vegliardo sapiente, ma perché detestava profondamente il comportamento dei compaesani. Trovava assurdo, anzi, peggio, ridicolo, il loro accorrere presso quel marinaio pendendo dalle sue labbra, e poi, quello che proprio non riusciva in alcun modo ad accettare, ciò che gli causava anche un vero e proprio dolore fisico, era di assistere impotente alla loro credulità, al loro affidarsi ciecamente ai racconti riferiti a quella terra fantastica. Tutto senza il minimo accenno di dubbio o di analisi o verifiche. E pensare che quei resoconti, erano così lontani dalla realtà da non poter esser che falsi, fasulli come la realtà che andava descrivendo quel giovane marinaio che amava pavoneggiarsi nell’attenzioni di tutti.
Il vecchio ne aveva lasciati di anni alle spalle, ne aveva viste di cose, sia di cotte che di crude e non si sarebbe lasciato abbindolare facilmente da quelle fantasticherie. Lui conosceva i meccanismi della convinzione, di come la gente, in definitiva, vuol semplicemente credere in ciò in cui vuol credere. Così, in concomitanza con i periodi di terra di Vogabondo, il vecchio solitario, quasi in disparte ed ai margini della società, si macinava quella pena, con una rabbia sempre più crescente in lui.
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Cia raga,
che la sorte faccia ciò che vuole,
che a toglierci la voglia ce ne vuole.
Pedro.

25 ottobre, 2009


Nuovo colpo della banda dello scuè

Rubà al pursè
dal purslatè

II° traccia
Di colpo la stanza cade in un profondo silenzio, non si sente nemmeno una mosca volare, e sì che le mosche sono una di quelle cose che in quel locale non mancano mai. Si sente solo il respirare pesante del Marietto, che, poveretto, soffre d’asma. Sono tutti concentrati e tesi nell’ascolto del capo. Lui parla sommessamente e nello spiegare i particolari del nuovo colpo si accompagna con dei gesti un po’ teatrali, movimenti che comunque riescono nell’obiettivo di assorbire per intero l’attenzione di quella sgangherata banda.
“Alla porcilaia di Gino al Purslatè, che è un tirchio, non c’è il guardiano notturno e non ha voluto mettere nemmeno il sistema antifurto. La guardia la fa, in nero, Silvio l’anguriat, che è in pensione. Parte ogni sera, alle otto e mezza in punto dal bar di piazza delle corriere, lì prende un caffè ed un amaro prima salire sulla sua motoretta.”
Una vocina sottile, come se cantasse in falsetto lo interrompe:
“Come facciamo a vederlo?”
Aldo, detto stick per la sua straordinaria magrezza, non sa trattenersi, sia che gli scappi una domanda oppure qualcosa di più solido:
“Ma lo conoscono tutti, se vai al bar lo vedi, a quell’ora c’è solo lui e poi arriva dalla via principale in sella al suo motorino.”
Stick non cede:
“Si, come facciamo a vederlo al buio se è in nero.”
La reazione alla domanda tarda ad arrivare perché il baffo fatica non poco a sintonizzarsi sulla stupidità di alcuni componenti della banda, e poi perché c’era anche qualcun altro che aveva avuto lo stesso dubbio ma non aveva trovato il coraggio di esplicarlo.
Eppe azzarda timidamente:
“Ma al bar non c’è il buio, lì si vede bene.”
Davanti all’espressione sconsolata del baffo, un sempre più stranito Stick viene zittito ed anche deriso, c’è persino chi trova la spiritosaggine di dire che l’unica cosa veramente nera fosse il suo cervello:
“Ma cos’hai capito! In nero perché non è in regola con il libretto di lavoro, mica perché si pittura di nero. Stick, dai, non sforzarti di capire che è comunque inutile.”
Il baffo batte un pugno sul tavolo e sbuffa rumorosamente, gli succede quando sta per perdere la pazienza e questo rimette il gruppo all’ordine:
“Durante la notte c’è solo lui che sorveglia la porcilaia perché il Gino va a dormire dalla Giovanna, la lattaia, e non torna fino al mattino seguente. Per il cane pastore ed l’altro randagio che stanno nel recinto non è un problema, perché con due polpette giuste li spediamo nel mondo dei sogni.”
“Si, ma non come quell’altra volta quando le polpette se l’è mangiate Renzo. Ronfava così forte che non sentì il latrare dei cani e nemmeno le nostre urla mentre cercavamo di non farci sgagnare i polpacci dai cani del siur Gennaro.”
“Taci tu, che se non ti fossi messo, improvvisamente, ad urlare come un ossesso quei cani nemmeno s’accorgevano di noi. Il siur Gennaro soffriva di emorroidi e per dar sollievo al suo deretano infiammato s’era messo a dormire sdraiato su di un fianco tenendo il sedere fuori dalla lenzuola per fargli prendere un po’ di fresco.”
“Certo, però in camera era toccato a me di andarci, e sì che mi avevate assicurato che non si sarebbe stato nessuno. Che erano andati tutti al mare.
“Certo. La Ginetta, che va dal siur Gennaro a fare i mestieri mi aveva detto che per quei giorni non ci sarebbe stato nessuno in casa. Come poteva sapere che al suo padrone gli si sarebbe infiammato il didietro al punto da non potersi nemmeno sedere in macchina.”
“Eh, sì. Provate voi, appena entrato in quella stanza, nella penombra, dapprima ho sentito un rumore e poi trovato davanti quella faccia strana, senza naso ed occhi ed una grande bocca. Porco, che spavento, quasi me la faccio sotto. Non ci ho pensato neamche un attimo e sono corso fuori subito urlando.”
Le risate si spargono per l’osteria. L’atmosfera s’è fatta improvvisamente ilare.
Il baffo si spazientisce ancora e sbatte nuovamente il pugno sul tavolo:
“Allora, cosa sto qui a fare io. Vogliamo studiare questa cosa qua oppure passare la giornata a raccontare barzellette?”
L’oste mette una bottiglia davanti al baffo, è quasi un riflesso condizionato, lo fa ogni qualvolta il baffo batte con il pugno sul tavolo:
“Tu, Marietto.” Il baffo si rivolge verso un piccoletto dalla faccia simpatica:
“Tu che conosci il Silvio, insieme ad Eppe ti fai trovare lì al bar, con la scusa che è il tuo compleanno gli offri da bere, che lui è uno che non regge l’alcol. Mentre voi tre ve ne state dentro a bere tu, Stick.”
Il baffo volge lo sguardo direttamente al magro che gli sta al fianco sinistro:
“Tu, senza farti vedere gli freghi il motorino e vai nel campo dietro alla cascina. Lì aspetti che arrivi Eppe con il motocarro. Marietto, quando l’anguriat s’accorgerà che gli hanno rubato il motorino tu ti offrirai di accompagnarlo alla porcilaia con la tua macchina. Eppe fingerà di tornare a casa ed invece andrà a prendere il motocarro e si dirigerà al campo dietro la cascina dove troverà Stick ad attenderlo.”
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Ciao, un altro lunedì s'appresta,
uguale a migliaia di altri lunedì trascorsi,
ma noi speriamo che sia diverso,
perchè è quello di domani,
e domani è un'altro giorno.
.
Tutto bene? Anche nelle colonie?
.
Ciao raga, che la buona fortuna
sia pure fortdue, forttre, fortquattro, ecc."
Pedro.

22 ottobre, 2009

Nuovo colpo della banda dello scuè


A Gino, al purslatè,
hanno rubato un pursè.
Sarà stata la banda dello scué?

I° parte

L’osteria del Cacciatore è un ambiente poco illuminato, un po’ perché ha le finestre piccole, come si usava una volta per limitare gli spifferi freddi durante l’inverno, ed un po’ a causa delle lampade , poche, sporche ed a bassa luminosità. I maligni sussurrano che così non si vede bene nemmeno quello che viene servito nei piatti, tanto che ogni qualvolta si cucina il coniglio, immancabilmente viene a mancare uno degli innumerevoli gatti che abitano i dintorni. Tra le sue pareti si trovano più a loro agio le ombre che le luci, tanto che quando un raggio luminoso, a fatica, riesce a passare oltre i vetri ed a farsi strada tra la polvere, per il contrasto con l’oscurità, sembra materializzarsi in una lamina lucente. Come quella che, in quel giorno d’un autunno ancora caldo, dava risalto alla smorfia che disegnava sorpresa sul volto del baffo:
“Ma cosa vi è capitato?”
Appena fuori, sotto il perticato dell’uva, le figure di Toni ed Renzo parevano quelle di due reduci appena usciti da una cruenta battaglia. Toni zoppicava vistosamente, trascinandosi la gamba destra e tenendosi con la mano sinistra un panno bianco sull’occhio mentre Eppe camminava ricurvo, come se un invisibile peso gli gravasse sulle spalle. Appena entrati nell’osteria resero in tutta la loro evidenza i cerotti che tappezzavano i loro volti e le braccia.
“Ma cosa vi è capitato?”
Il baffo ripeté la domanda come per un movimento meccanico:
“Ma cosa vi è capitato? Avete avuto un incidente?”
Toni prese una sedia e, con un movimento lento, come se le giunture delle ossa gli donassero fitte dolorose, si accomodò:
“E’ tutta colpa sua.” Con il capo fece cenno verso Eppe:
“Stavamo facendo la scena della macchina in panne, giù al bivio della badalona. Sai com’è, fingiamo di avere la macchina che non riparte, quelli si fermano, e mentre la spingono Eppe si defila, salta sulla loro e ce la filiamo a manetta”.
Il baffo, ora che è di fronte ai suoi due compari ha come un soprassalto di rabbia.
“Avrete fatto la solita cavolata. Dovete capire che da soli non dovete fare niente. Niente! Capito?”
“Ma ascolta, ascolta bene." Toni si infervora nel racconto:
"Abbiamo accostato prima del ponte, là dove c’è lo spazio per le soste. Eppe si è messo dietro all’automobile per vedere bene chi arrivava dalla statale, pronto a chiedere aiuto per far ripartire la macchina che fingevamo fosse rimasta in panne.”
Il compare si fa avanti e non ci stà ad ascoltare soltanto. Eppe vuole dire la sua, vuole raccontare la sua versione, la sua verità:
“Ho visto arrivare un utilitaria con una donna di mezza età alla guida, ho chiesto soccorso. Che colpa ne ho io, se lei non si è fermata ed al suo posto lo ha fatto un furgoncino di muratori che le era appena dietro.”
“Ascolta, baffo, ascolta il cretino.”
Interviene Toni sempre più accolarato:
“Quelli spingono la nostra e lui salta sul loro furgone, solo che non è capace di guidare quei camioncini, non sa nemmeno come si avviano. Fatto sta che quelli se ne accorgono e mentre due si loro corrono al furgone a menare Eppe, io parto, anzi, vorrei partire, perché al colmo della scalogna la mia macchina si ingolfa davvero. Scendo e non ho nemmeno il tempo di spiegare le mie ragioni, di raccontare la storia dell’orfano solo e disperato, che quell mi riempiono di botte. Porco cane, non facevo in tempo a sentire il dolore di una botta che arrivava subito l'altra. Cavolo quante ne ho prese, ohi se picchiavano duro.”
Una risatina serpeggia per il locale e, un po’ sottovoce:
“Insomma, ve le hanno suonate, ma voi gliele avete ne ho cantate. Oh si, se gliele avete cantate.”
Toni si volta verso Eppe e fa un gesto eloquente con la mano:
“Ma come si fa a prendere un furgone se non lo si sa guidare. Dovevi dirlo che non li sapevi condurre quei mezzi, oppure non ci dovevi salire. Punto e basta. Hai capito testa vuota?”
Eppe non ci sta a prendersi le colpe:
“Perché, tu non lo sapevi? Mi hai mai visto qualche volta su uno di quei camioncini ? Potevi dirmelo di lasciar perdere.”
Il baffo sbotta duro:
“Basta. Cretini. Cercate di mettere in quelle zucche vuote un po' di sale, dovete capire una cosa, e basta quella: Dovete fare solo quello che vi dice il baffo. Avete compreso? Solo quello che vi dico io, altrimenti finirete sempre nei guai.”
Alza la testa, si liscia i baffi, volge lo sguardo attorno, nel locale ci sono solo loro, i componenti della banda dello scuè. Il baffo prende la bottiglia e si versa del pinot. Gli basta un sorso ber vuotare il bicchiere, si ripassa il dorso della mano sui baffi. Fissa i suoi compari per un attimo. Loro rimangono muti, attendono attenti la voce del loro capo:
“Ora ascoltate bene quello che vi dico." Parla piano e sottovoce, tanto che gli altri gli si fanno attorno.
" Ho preparato un colpo sicuro, tanto facile che anche i bambini dell’asilo riuscirebbero a farlo. I maiali di Gino al purslatè.”

.

Continua
.
Ciao raga.
a domani.
Pedro

20 ottobre, 2009

Parco Edor - La via del divenire

Orto di Dorno
Quando le rape raccoglievano rapanelli.
Sù, dai, abbiamo provato a sognare.
Parco Edor

La via del divenire


Proseguendo verso sud si percorre la via del divenire, un percorso mutante ed appena accennato da pietre irregolari, sia nella forma che nella loro dislocazione tra l’erba incolta. E’ una strada allo stato embrionale, che si dipana nel verde della brughiera delle fatalità con una tortuosità alquanto irregolare, quasi tormentata, con un movimento simile allo strisciare dei serpenti, sino all’orizzonte, dove si inarca la collina dei desideri. Il cammino lungo questa via è indipendente dalle forme e direzioni che la stessa , di volta in volta prende. Nell’avvicinarvi alla collina scoprirete di quanta strada la collina stessa avrà compiuto nel venirvi incontro. Nell’approssimarvi alle sue pendici il colle apparirà in tutta la sua magnificenza e splendore, inondato da luce solare, il dolce pendio sale leggero nel profilo di una bassa cupola coperta da fiori multicolori ed immersa in profumi inebrianti. Per come è difficoltoso ed impervio il procedere sul sentiero del divenire, così è leggero ed esaltante il salire in trasporto sui fianchi della collina. Basterà che voi appoggiate i piedi su quel tappeto fantasmagorico che senza fatica alcuna risalirete lentamente quell’erta sinuosa. Una volta giunti alla sommità potrete ammirare ciò che il profilo collinare cela oltre il suo stesso assunto fiorito e profumato; Sotto un cielo improvvisamente grigio vi apparirà la ripida, grigia e ghiaiosa discesa dell’incoscienza verso la conca dei fuochi fatui. La luce del luogo, soffusa tra nebbie fluttuanti, si accende di fiammate così improvvise da far sembrare che il suolo si diverta a generarle in modo sì tanto casuale. Invece è il gran maestro delle infantilesche che comanda tutto ciò, facendo sì che le accensioni fiammanti generino armonie di sentimenti disegnati con vibrazioni musicali. In corrispondenza ed in contemporanea allo svilupparsi del fuoco, il cielo, in quel punto, si farà, per il tempo della fiamma, solo, accecante luce pura. In quella conca, tra quelle improvvise accensioni e quegli squarci di assoluto è più facile perdersi che ritrovarsi, perché quella terra ha un solo movimento ed una sola destinazione da proporre. Vi accorgerete che i pendii, in continuo movimento lento, si stringono l'uno verso l'opposto e la forma della conca muta senza sosta, tanto da restringersi fino a che si sia formata una stretta gola che vi costringerà al bivio della vita. Uno spiazzo sterrato sul quale ognuno di voi avrà a disposizione la traccia per disegnare la strada della scelta. Dopodiché la gola inizierà il movimento inverso, sempre lentamente, riallargandosi e riprendendo, con la forma originale, la pirotecnia dei giochi di fuochi fatui. Ricordatevi che il bivio ha una sola strada, ed è quella che ognuno ha con sé, solo quella vi indicherà la via da prendere, pena il continuo stordimento tra i fuochi della conca.
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Rosanna si ripassa la spazzola tra i capelli, l’immagine che le ritorna dallo specchio la soddisfa. Gli occhi hanno un bagliore di compiacimento. Ha sempre pensato che le donne vivano più a lungo perché hanno il gusto della bellezza, e nel coltivarla si prodigano nella cura di sé stesse, e non solo per l’aspetto esteriore. Chiude la portiera della macchina, aggancia la cintura, gira la chiave ed avvia il motore, mette la freccia, guarda nello specchietto retrovisore, la strada è libera, mette la prima e ruota il volante, solleva leggermente il piede sinistro dalla frizione e pigia con il destro sull’acceleratore, ma non abbastanza. Un colpo e la macchina si ferma, ingolfata. Passa un ragazzotto in bici e, ridendo:Donna al volante pericolo costante”. Il ragazzo fa appena in tempo a finire la frase che va a sbattere con la ruota anteriore contro il cartello del divieto di sorpasso. Rosanna sorride, ma poco, non vuole rovinarsi il trucco appena messo. Vorrebbe apostrofare quell’impertinente, ma si accontenta di pensarlo solamente: Ragazzo in bicicletta, chi fa lo spiritoso non sa mai cosa l’aspetta.
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Davanti al muro oscuro della notte,
la piccola lucciola di solitudine
ha tanti volti per incontrarmi,
sono i tanti me che affiorano.

Che la vecchiaia si misuri con i ricordi?
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Ciao raga,
voi che avete la vista buona ditemi, ma è ancora lo stesso vecchio cortile di quando giocavamo a nascondino oppure è il radioso futuro che vagheggiavamo?
Ditelo voi che avete la vista lunga, io da quà sotto non riesco a scorgere oltre la nebbia dell'oggi.
Che la buona ventura
ci renda la vita facile e per niente dura.
Pedro.

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