24 novembre, 2009

L'isola che c'è

Isola SanGiulio - Pedro

Con la partecipazione del ministero delle gite e delle scampagnate
L’associazione viticoltori e bulloni allevati
Organizza e chitarrizza un bel
Viaggio sull’isola che c’è ma non si sa dove sia

Partenza a caso da dove si vuole,
arrivo puntuale al molo molle di portotolle

I gitanti (si spera) o i gipochi, saranno accolti
dal coro delle voci bianche e ugole nere,
dal balletto dei saranno fumosi,
dalla banca acrobatica dei fiati corti,
dal sindaco Marlon Goodcoss accompagnato dalla
splendida sire netta Marion Goodcoss.

Nella splendida cornice del deserto dei deserti
godrete di ogni confort negli all’oggi perché negli al domani non c’è posto

Avrete immersioni nella limpida sabbia
per osservare la variopinta fauna del sottosuolo
Pesca a strascico e strascico di pesca
Gare di sci di fondo e slalom a coppiette
Per i più piccoli il gran premio pù pazzo di neve.
.
Avviso
Alle partecipanti di sesso femminile si consiglia vivamente una crema pro tettiva
Ai maschi invece un ber retto.

Le iscrizioni si effettuano sull'isola,
le trascrizioni al ritorno.

Il poetologo:

La disperazione.
La disperazione è anche una parte di te che sfugge ad ogni tentativo di raggiungerla?

Tra il vedere ed il sentire c'è di mezzo l'odore.

Ciao raga,
qui, sul fronte occidentale c'è calma piatta, anzi, c'è solo piatta che più piatta si va al fondo del fondo. Non piove ma è come se piovesse uggia. Non si può nemmeno andare a fare due passi sul sentiero che va alla Drava, forse che il sentiero si sia trasformato, ora, in un'ampia strada asfaltata e percorsa ininterrottamente da veicoli di tutte le dimensioni? Al bivio per la Cà bassa prendo a sinistra e trovo un sentiero stretto che ricama la costa, un girovagare tra rubini e pioppi, rovi e felce, è così che la mente cammina.

.
Ciao, che la buona sorte ci desideri così come la desideriamo noi.
Pedro.

22 novembre, 2009

Non tornano

Gli occhi di Valota - Pedro

Non tornano
Per la fretta di vivere ingurgitiamo emozioni, conoscenze, immagini e suoni. Stipiamo nella mente il tutto rigorosamente alla rinfusa. Dove capita al momento, nei posti vuoti ma anche in quelli già occupati, a blocchi omogenei oppure scomposti a pezzetti. La voracità della vita non ha tentennamenti o dubbi di sorta, obbedisce ciecamente alla logica riproduttrice delle perennità. E’ così che la mente non sa come governare i ricordi, ne raccoglie una parte, incolla dei sunti, sbiadisce i colori, ricompone le distanze amalgamando i sensi.


Fabrizio non è tornato.

Fabrizio è un giovane timido e ben educato, si è appena laureato in architettura e già lavora nell’impresa edile di suo padre. Non che il lavoro rappresenti una novità per lui perché già durante gli studi, all’occorrenza e ad impegni di studio permettendo, si è già occupato di queste attività. Da qualche mese di si è messo con una ragazza di qualche anno più giovane di lui, conosciuta all’università. Spesso escono assieme a cena e quando, nel salire in macchina, salutano i suoi genitori, loro provano una gioia sottile, un appagamento leggero che scivola via quasi subito sulla pelle della quotidianità. Mentre osservano l’automobile che s’allontana sospirano, finalmente è a posto. Ha terminato gli studi, ha un lavoro, una casa ed una brava ragazza con cui metter su famiglia. E’ un bravo ragazzo, proprio bravo, chiunque ha l’opportunità di conoscerlo finisce con l’apprezzarne le qualità. Fabrizio vive come sospeso oltre il tempo, oltre sé stesso. Vive nella proiezione di sé stesso, nei suoi sogni materializzati, nei suoi desideri realizzati.
Poi. Dopo. Ora.
La ragazza tronca il rapporto. Non ne vuole più sapere di lui. A noi rimane solo una domanda senza ritorno, chi mai potrà leggere i sentimenti che travagliano l’animo durante le tempeste passionali.
Fabrizio non si capacita e sta male, i suoi, peggio.
Fabrizio va in cantina, sembra un viaggio breve, solo una scala.
E’ un bravo ragazzo, proprio bravo. Ma proprio un bravo ragazzo.
Fabrizio se ne va, e non torna. Non torna. Fabrizio ha un amore che non torna. Fabrizio ha un dolore che non ascolta.
Fabrizio dalla cantina non torna.


Davide non è tornato.

Davide non torna. Davide ha scelto un lavoro difficile, forse quello che più di ogni altro misura i limiti dell’uomo. Lui opera la gente tra la gente. Ha gettato il suo io oltre le spalle e su di esse s’è caricato il limite del suo donarsi. E’ un bravo ragazzo. Lui sorride sempre, ed il suo non è un sorriso d’allegria, è una mano tesa per aiutarti a fare, con sicurezza, il passo che stai compiendo. L’atteggiamento schivo della sua timidezza, la ritrosia innata di chi, del motto dei tre moschettieri ha preso solo la seconda parte, trasformano la sua solitudine in altro, oltre il confine dell’identità. E’ un bravo ragazzo, davvero, troppo bravo. Davide ha un tormento che l’accompagna, un dolore che tiene gelosamente tutto per sé. Vive in una bella casa con sua madre, del padre ha un ricordo vago e poco frequente, l’aria che respira quell’esistenza è il terso lindo della serenità.
C’è da ramazzare il cortile e l’orto, l’autunno ha scarabocchiato foglie morte ovunque e la mamma è anziana e malandata. Davide va in cortile e non torna.
Davide ha un pensiero che l’umano trasforma.
Davide si china, e non torna.
La madre lo chiama ancora e vorrebbe andarsene anche lei, ma non sa dov’è Davide.
Davide dall’orto non torna.

Giulia non è tornata.

Giulia è un bocciolo di ragazza, bella quanto brava. Delle tre sorelle è la più timida ed introversa.
Nonostante alcune compagne, non senza una punta di invidia, cerchino di prenderla in giro con il nomignolo di secchiona, lei sa stare in gruppo, sa relazionarsi, vive e partecipa attivamente alle attività del suo gruppo. Da poco il suo mondo, quello colorato di rosa come la sua stanza, si è schiuso al mondo come fosse un uovo per un pulcino. Ha già imparato che l’amore non è quello dei peluche, ora ha scoperto che non è nemmeno quello dei libri e dei serial televisivi. Da un po’ il sorriso così contagioso e solare non compare sul suo viso. Ha invisibili ombre che si agitano sui suoi splendidi occhi. La linea delle labbra volge sempre più alla tristezza. Giulia ha un dolore che trascina, una sofferenza che non trova sollievo.
Nessuno sa cosa viva, nemmeno la sua amica più intima, nemmeno il ragazzo che l’ha appena lasciata.
Giulia è una brava ragazza, ma brava, proprio brava.
La sensibilità di un animo non ha limiti né misure per la conoscenza che non sia quello di viverla.
Giulia ama passeggiare sull’argine del grande fiume, là dove si è più esposti all’abbraccio esaltante del vento. Cammina lentamente in compagnia dei suoi pensieri.
La madre la chiama e le sorelle sono andate all’argine ma non sanno dove cercarla.
Giulia dall’argine non torna.
.
.
Qui pioviggina ancora, sia fuori che dentro.
Anzi, è una pioggia insistente e leggera,
da mattina a sera, ma passerà anche lei,
come ogni gioia ed ogni pena.
.
Ciao raga, che la buona sorte si ricordi di noi,
anche quando ce ne dimentichiamo.
Pedro.

18 novembre, 2009

Ultimo colpo banda scuè


L'ultimo colpo della banda dello scuè


Traccia n. 5


L’oste mette una bottiglia davanti al baffo, è quasi un riflesso condizionato, lo fa ogni volta che batte il pugno sul tavolo:
“Tu, Marietto.” Il baffo si rivolge verso un piccoletto dalla faccia rotonda e simpatica:
“Tu che conosci il Silvio, insieme ad Eppe ti fai trovare lì, al bar della stazione, con la scusa che è il tuo compleanno gli offri da bere, lo sai che lui è uno che non regge l’alcol. Così, mentre voi tre ve ne state dentro a bere, tu, Stick.”
Il baffo volge lo sguardo alla sua sinistra e fissa negli occhi il magro che gli sta di fianco:
“Intanto tu, senza farti vedere, gli freghi il motorino e vai nel campo dietro alla cascina. Lì aspetti che arrivi Eppe con il motocarro."
Prende la bottiglia e versa un po' di vino nella caraffa, ne trangugia un sorso e si passa il dorso della mano sui baffi:
"Marietto, quando l’anguriat s’accorgerà che gli hanno rubato il motorino tu ti offrirai subito di accompagnarlo con la tua macchina alla porcilaia, facendo finta di non conoscere la strada farai il giro sull'argine, in questo modo prenderai del tempo, tanto lui, ubriaco com'è, non s'accorgerà di nulla. Invece Eppe, fingendo di tornare a casa, andrà a prendere il motocarro e si dirigerà al campo, quello che c'è dietro la cascina, dove troverà Stick ad attenderlo. Lì, da soli, non dovete far altro che caricare una bella scrofa sul motocarro ed andare alla cassinetta. Va bene?”
Il baffo alza il suo volto scuro e con uno sguardo severo passa in rassegna i suoi compari, uno per uno, come se chiedesse conferma a ciascuno di loro dell'avvenuta comprensione del piano e la loro conseguente approvazione:
"Chiaro? Avete capito bene cosa dovete fare? E' semplice no? Dai, sù. Ci troviamo tutti domani mattina alla cassinetta."
E' una sera chiara e serena, la luna dorme tranquilla e sulla terra è uno sfavillio di luci nelle ombre buie.
Come aveva stabilito il Baffo, il Marietto ed Eppe si recano al bar poco prima che vi giunga il Silvio. Questi non tarda nemmeno di un minuto, quando si tratta di farsi un goccio è più preciso un orologio svizzero. Eppe lo conosce fin da quando giocavano a calcio nella squadra del paese, non ha bisogno di ripetere l'invito al brindisi che l'anguriat si è giù seduto al tavolino con il bicchiere di bianco in mano. Eppe non deve nemmeno dilungarsi troppo sulla storia del compleanno perchè a Silvio non interessa, ogni occasione per bagnarsi il becco è buona, sopratutto se a sbafo, e quato gli basta. Marietto intavola un discorso per tirarla per le lunghe:
"Come ti va? Non vuoi proprio smettere di lavorare. Dai, tanto i soldi li devi lasciare quì anche tu, lo sai che non servono nell'aldilà. Siediti quì un momento. Come dice il Pepòn, un bicchiere in compagnia manda via la malinconia."
Marietto ha cura di fare in modo che il Silvio si sieda dando le spalle alla porta, non vuole rischiare che veda quando gli fregano il motorino. Per sicurezza gli si para davanti nel caso lui si girasse. Al riguardo comunque ha preparato un piano d'emergenza, se l'anguriat si dovesse accorgere che gli stanno prendendo la motoretta lui direbbe che si tratta solo di uno scherzo, giusto per divertirsi un po'."
Al terzo bicchiere la lingua del Silvio dà chiari segni d'impastamento, parla come se avesse un sasso in bocca che lo costringe ad attorcigliare le labbra. Eppe adducendo la scusa di dover telefonare a Gina, la sua morosa, con noncuranza esce dal locale, si ferma un attimo sul marciapiede e dà uno quillo a Stick, è il segnale convenuto. Poco dopo , da dietro l'angolo compare il complice, si accende una sigaretta e controlla che non vi sia nessuno che osservi, passa veloce davanti ad Eppe e si fanno un cenno d'intesa, poi con fare naturale, ma sgusciante come un'anguilla, inforca il motorino dell'anguriat come se fosse il suo, spinge con i piedi per qualche decina di metri, la distanza giusta per allontanarsi dal bar, lo accende e smanetta a tutta velocità lasciandosi dietro una lunga scia di gas fumante.
Quello che Stick non sa, e forse non lo sa nemmeno il baffo, è che il purslatè, per non farsi vedere, scarica di sera, quando fa buio, i liquami della porcilaia nel campo dietro la cascina. Sebbene in ritardo anche Stick se ne accorge, quella notte stessa, appena entrato nel campo, ma più di lui se ne accorgono le sue scarpe quando, arenatosi con la motoretta del Silvio nella fanghiglia del campo, appoggia i piedi per terra. Si ritrova in una melma puzzolente alta fin sopra le caviglie e, per cortesia di naso, vi risparmio la descrizione della puzza. Attraversare per intero il campo in questa condizione è un'esperienza che Stick non dimenticherà facilmente. Giunto dall'altra parte, le imprecazioni e le bestemmie che srotola sotto la quercia, mentre si ripuliusce alla bell'e meglio con dell'erba, fanno più rumore del motocarro di Eppe che giunge dalla stradina sterrata che passa dietro alla cascina.
Stick accoglie l'arrivo del motocarro imprecando quando ancora non è arrivato fino a lui:
"Cosa volete. Volete prendermi in giro? Perchè non mi avete detto che il purslatè scarica il liquame dei maiali nel prato? Guardate come mi sono ridotto, come mi sono rovinato sia le scarpe che i calzoni. Porca scrofa!"
Stick è incavolato nero, avrebbe voglia di urlare con tutta la forza che ha per scaricare la rabbia che ha dentro. Eppe spegne il motore, parcheggia il motocarro al riparo dietro la siepe di bambù sotto il castagno. Scende dal mezzo sparato, è una velocità per lui inconsueta, come se fosse inseguito da qualcuno ed invece è lui che rincorre:
"Mi scappa. Porca, se mi scappa. Se non mi sbrigo presto finisce che me la faccio nei pantaloni. Non so come, saranno stati quei calici di bianco del bar, non lo so. Sò solo che ho la pancia che ribolle e non ce la faccio più a tenerla."
Stick quasi non lo vede nemmeno mentre gli passa di fianco perchè Eppe è un fulmine, non l'ha mai visto correre così veloce. In un baleno scompare nel buio tra i cespugli alti della riva. Ma non sta via molto, il suo appartarsi è di breve durata, Stick non ha nemmeno terminato di aspirare per intero l'ennesima sigaretta, che vede riapparire Eppe che cammina a gambe larghe, leggermente piegato in avanti ed emettendo dei lamenti soffocati ma continui.
Il suo incedere è lento ed appoggia i piedi con circospezione come se stesse calpestando delle uova. Stick lo guarda meravigliato:
"Ma cosa ti è successo? Non stai bene?"
"No. E' che mi sono accucciato proprio su delle ortiche. Quella riva ne è piena. Porca, oh, se bruciano. Oh il mio sedere."
Sono questi gli inconvenienti della notte, al buio l'erba sembra tutta uguale, ma non lo è.
"Anche tu, però, con tutta la riva ti sei messo proprio là, in mezzo alle ortiche a fare i bisogni." Stick non sa trattenere una risata:
"S... Zitto. Non si sa mai, non facciamoci sentire."
Improvvisamente Eppe si ferma e, nonostante le fronde dei bambù lascino filtrare poco la luce della luna, sul suo volto si evidenzia ugualmente in modo chiaro una espressione di disgusto:
"Che puzza di merda. Ma cosa è successo? Non è che me la sono fatta addosso."
Sputa per terra e si mette la mano davanti al naso.
Stick per trattenere le risate finisce per singultare ripetutamente come di fa quando si sta per starnutire:
"No. Stai tranquillo. Te l'ho già detto, ma tu avevi troppa fretta e non mi hai sentito. Il purslatè manda gli scarichi dei maiali nel campo, ecco il motivo di questo puzza, ed io che ci sono finito dentro ha anche scarpe rovinate."
Eppe non riesce a star fermo e continua a ondeggiare con le anche per muovere le chiappe orticate:
"Dai. Sbrighiamo la faccenda. Prendiamo questa scrofa, la carichiamo sul motocarro e ce ne andiamo. Prima ce la sbrighiamo e meglio è. Non è che mi fidi troppo del Marietto. Non vorrei che ne combinasse una delle sue."
Per rompere il chiavistello del portone è sufficiente un colpo di martello, il legno a cui è avvitato è quasi marcio.
Entrati nella porcilaia i due compari scoprono, con non poca sorpresa, quanto il maiale sia un animale intelligente.
Si ritrovano in un groviglio di bestie grugnanti, alla luce fioca della torcia sembra un tappeto maleodorante che si dimena. Il problema ora è come riconoscere in quel marasma ed al buio la scrofa dal verro. Nessuno dei due ci aveva pensato prima nella convinzione che lo sapesse fare l'altro. Indecisi e dubbiosi cercano di capirci qualcosa quand' ecco l'improvviso rumore del motore di una automobile che sopraggiunge sovrastare il grugnitoo dei maiali. Si guardano nella poca luce che riflettono i loro occhi, senza parlare si domandano chi possa essere. Non sarà mica quel matto di Marietto?
"Cosa succede. Chi è là?. C'è qualcuno là?"
Il tono ed il timbro stesso della voce sciolgono ogni, quel tonante "chi è la'. C'è qualcuno ?" è del Silvio, il guardiano. Il panico non è un compagno affidabile, infatti i due in preda alla frenesia, nel loro tentativo di fuga, finiscono con l'inciampare nelle bestie rotolando con loro sul fango. L'anguriat, dalla soglia della porcilaia rotea la torcia elettrica per il capannone ma non vede altro che maiali, un informe tappeto pullulante tra i grugniti. A volte la fortuna aiuta gli imbranati. Alcune bestie spaventate più dalla luce della torcia elettrica che da altro prendono la strada del cortile. Il guardiano si precipita a rincorrerle dando modo così, a Stick ed Eppe di svignarsela attraverso il piccolo fosso di scolo.
Recuperato il motocarro, Eppe e Stick prendono velocemente la strada della cassinetta.
L'aria del mattino se n'è già andata da un po' quando la macchina del Baffo si ferma sull'aia della piccola cascina disabitata.
In quello spiazzo una volta animato da decine di contadini e contadini ora c'è solo il motocarro di Eppe, la macchina del Marietto e quella del Baffo.
Tutto il luogo è come governato da un silenzio surreale.
Seduti su di una logora e vecchia panca, come in una vecchia foto ingiallita dal tempo, se ne stanno muti quelli della banda dello scuè.
La faccia del baffo è tutto un programma, anzi, un film ma del terrore di tanto che è rabbuiato.
A rompere un silenzio che sta diventanto troppo pesante ci pensa il solito Stick:
"E' tutta colpa del Marietto, perchè con la sua finta festa di compleanno ha finito con l'inciuccarsi lui,e così mentre lui dormiva alla grande in macchina il Silvio quasi quasi ci sorpende."
Il baffo è così furioso che i suoi occhi sembrano il foro di due pistole fumanti.Stick ed Eppe hanno i vestiti lacerati e sono così sporchi che nemmeno gli spazzacamini li vorrebbero come compagni, Marietto ha i capelli arruffati, l'abito stropicciato e l'occhio da pesce morto del dopo sbronza.
Il baffo mette la mano in testa, si passa le dita tra i capelli, si gratta in testa e scrolla il capo:
"Che banda. Non abbiamo preso neanche un maialino di primo latte."
Fissa i suoi compari e:"Però mi ritrovo con dei bei salami."
.
Non ne sbagliano uno.
.
In piazza nella festa, al bar con gli amici, sul lavoro con i colleghi, per strada con i parenti, in casa con i familiari, appartato con la ragazza, allo stadio con gli ultras, in riunione con i compagni, sul campo con la squadra, a tavola con i genitori, in macchina con la moglie, a passeggio con l'amante,
alla fine, alla fine ognuno è solo con sè stesso.
.
Ciao raga,
che la buona sorte
sia sopratutto buona, che al resto ci pensiamo noi.
Pedro.

15 novembre, 2009

Gli scomparsi dell'ospizio - 4

Vienna - Pedro


Gli scomparsi dell'ospizio


Traccia n. 4


Si volse verso i curiosi che pian piano si stavano allineando lungo la stradina di campagna, l’espressione doveva esser di quelle da incavolatura nera perché quelli che stavano procedendo verso di lui di arrestarono di colpo :

“Circolare. Circolare. Qui non c’è niente da vedere. Lasciateci lavorare. Ci serve la strada sgombra. Tornatevene a casa. Su. Circolare.”

Quando assumeva questo tono autoritario il maresciallo sembrava ancor più grande e corpulento

“Circolare. Circolare. Non c’è niente da vedere. Lasciate libero il passaggio che devono arrivare delle macchine.”

I curiosi che s’erano radunati sul ciglio della statale e stavano intralciando il passaggio, anche se malvolentieri, davanti al tono autoritario ed alla faccia scura del maresciallo, ritornarono sui loro passi sostando sulla piazzola dove alcuni presero poi a dileguarsi verso i luoghi di provenienza.

Il maresciallo vide un contadino che sostava sul bordo del canale, poco più in là dell’appuntato, calzava degli stivali di gomma color mattone, teneva un badile in mano ed al suo fianco gironzolava un bastardino:

“Sei tu che hai trovato le scarpe?”

Moretto conosceva Mario, un contadino piccolo e magro, dall’età di mezzo indefinibile, la stessa che assumono questi lavoratori della terra attorno ai quarant’anni, e che mantengono inalterata fino alle vegliardia. Aveva un volto solare, sempre pronto al sorriso così come lo era lui stesso per generosità d’animo. Anche se non era poi così ingenuo come poteva apparire a prima vista per via della facilità che aveva di approcciarsi ed anche per l’affabilità innata che ne faceva un personaggio conosciuto in tutto il circondario, col nomignolo di Marietto.

“Si, signor maresciallo. Stavo andando ad aprire la chiave (piccola chiusa di un fosso) del cavo d’Assi quando il mio Miki si è messo ad abbaiare e non la smetteva. Lì.”

Appoggiò il manico del badile alla spalla e con il braccio indicò il luogo in cui si trovavano le calzature:

“E lì ho visto le scarpe e solo dopo, quando mi sono messo a guardare intorno ho trovato il foulard.”

Moretto osservava attentamente quel tratto di strada e la riva opposta del fosso, come se si aspettasse di trovare dell’ altro, qualcosa che gli desse uno spunto con cui poter articolare un’ipotesi compiuta. Non sapeva bene nemmeno lui cosa avrebbe voluto trovare per esaudire il desiderio che quella storia si sgonfiasse in un allarme infondato, che da quegli indizi tragici si dipanasse definitivamente in una semplice passeggiata da smemorati o da vecchi che si perdono per le stradine di campagna:

“Non hai toccato niente, vero?”

“No. No. Appena ho capito che facevano parte degli indumenti che indossava Cesira sono andato lì, all’ospizio e li ho avvisati.”

Marietto non si trattiene dal parlare e prende a dialogare amichevolmente col maresciallo come se si trattasse di un vecchio amico d’osteria:

“Magari uno di loro è caduto e si è fatto male. Forse si sono persi. Qui vicino ai fossi scende prima la nebbia e se non conosci bene le strade di campagna è facile che ti perdi. Giù di qua si va nella valle e la cascina più vicina è a tre chilometri. Intorno solo campagna ed i boschi del parco vanno fino al fiume. Una volta inoltratisi lì dentro, in quei sentieri tra gli alberi, non è facile poi ritrovare la strada per venirne fuori”

Mentre ascoltava il racconto di Mario, Moretto prese a perlustrare la parte di riva che procedeva, dal luogo del ritrovamento, verso la chiusa di cui aveva parlato il contadino.

“Richiama il tuo cane. Deve aver trovato qualcosa.”

Il maresciallo, vedendo il bastardo annaspare tra l’erba alta, si premurò affinchè venisse richiamata la bestiola prima che arrecasse danno ad altri eventuali altri ritrovamenti.

“Chiama subito quella bestiola e tienila qui vicino a te. Se non ci sta tienila con il guinzaglio, perché sta combinando casini.”

Irruppe nell’aria un immediato forte fischio seguito da un ripetuto:Miki! Miki! Su. Qui. Vieni qui.”

Proprio in quell’attimo l’abbaiare dell’animale segnalava che il naso fine di quel cane senza pedrigree aveva scovato qualcosa di importante per le indagini. Nascosta tra l’erba alta degli spadoni c’era una borsetta in pelle nera da donna. Pulita come quelle che vengono messe in mostra nelle vetrine. Moretto scosta lentamente parte dell’erba e rimane perplesso davanti al lindore di quel manufatto. Che strano. Così pulita. Come se fosse stata messa lì appositamente, e da poco tempo. Sì, certo, forse l’erba alta l’aveva riparata dalla polvere, ma così era veramente troppo. La sua superficie era luccicante, come se mani fin troppo premurose l’avessero appena lucidata.

Così, quei ritrovamenti strani, invece di aggiungere elementi che incanalassero le ricerche in una direzione ben definita piuttosto che in un’altra, finivano con l’ingarbugliare ancor più le idee del maresciallo Moretto. Comprendeva che quel modo si venivano a sommare enigmi a domande in cerca di risposte, tanto da non saper nemmeno più da dove cominciare per sbrogliare quella matassa, mentre il dubbio che tutto ciò non fosse altro che scaltra opera di depistaggio iniziava a farsi strada tra le già scarse le sue certezze, e se così fosse, ad opera di chi?

I dubbi nascevano dalla constatazione che c’erano alcuni elementi sulla scena che risaltavano da subito in maniera fin troppo evidente, già al primo approccio anche all’occhio meno attento e ponevano alcune domande; Dapprima il paio di scarpe ben allineate ed in vista sul ciglio della strada, poi, una decina di metri più avanti, sulla sponda opposta del canale, il foulard macchiato di sangue, ed infine, sempre ad una decina di metri di distanza, come se avessero misurato le distanze, la borsetta, dalla pelle così linda e lucida da sembrare appena uscita da un negozio.

“Quando sei venuto qua, stamattina, non hai visto nessuno in giro?”

“No. Se avessi visto qualcuno lo avrei detto. Anzi, ora che ci penso, appena ho trovato le scarpe mi sono subito guardato in giro, per vedere se c’era nei paraggi il proprietario delle scarpe. Prima di avvicinarmi ho guardato bene in giro ma non c’era anima viva, a parte il mio Miki.”

Marietto appoggia la mano sulla testa del cane e lo accarezza.

Eh si, però qualcuno era transitato su quella stradina, nel tratto in cui s’era formata della fanghiglia ai bordi della stessa, la ruota di una motoretta aveva impresso inequivocabilmente la sua impronta, lunga un paio di metri e che andava a perdersi poi nell’erba.

“Sicuro che non hai incontrato nessuno? Nessuno con un motorino? Neanche uno che andava a funghi?”

Il contadino diniegava, sillabando i suoi ripetuti no e per renderli più netti li accompagnava con il movimento del capo.

“Cosa hai fatto dopo che hai scoperto le scarpe e il foulard?”

“Sono andato là, in portineria.”

Il contadino volge lo sguardo alla casa di riposo:

“C’era quel piccoletto dai piedi piatti, con due occhiali dalle lenti spesse come il culo di un bicchiere, come si chiama? Ah, Eppe. Sì, quello lì. Quando gli ho raccontato di quello che avevo trovato sulla riva del fosso, delle scarpe della Cecilia e di avvisare chi di dovere, lui si è pietrificato. Era così sorpreso che credevo non avesse capito, ho dovuto ripeterglielo un’altra volta prima che suonasse il campanello e chiamasse quelli degli uffici.”

Il maresciallo stava controllando la distanza che intercorreva tra il luogo del ritrovamento e la casa di riposo, ad occhio e croce si poteva ipotizzare almeno un paio di chilometri, perché la strada che costeggiava il canale in quel tratto serpeggiava in tre ampi curve.

“Hanno chiamato Claudio, il ragioniere che è arrivato con al seguito una suora, una che non conosco, l’ho vista solo poche volte. E’ quella piccola e magra, che cammina curva. Forse è la nuova direttrice, non lo so. Comunque anche a loro ho raccontato quello che avevo scoperto qui, e che la Cecilia era passata di qua.”

“Sono andati a dirlo a Piergi (Piergiorgio, marito di Cecilia). Sentivo delle voci ed di colpo ci fu gente che andava e veniva, un bel trambusto. Insomma ho sentito che c’era un po’ di agitazione nell’aria. Poi sono ritornato qui accompagnando l’appuntato, per mostrargli quello che avevo trovato. Tutto qui.”

“Beh, passa in caserma che devi firmare la dichiarazione. D’accordo? Vacci perché altrimenti ti veniamo a prelevare a casa.”

Moretto fece cenno ai colleghi e disse al suo sottoposto:

“Torno in caserma, ma prima mi fermo all’ospizio per sentire un po’ com’è questa storia. C’è quasi niente che quadra in questa faccenda ed occorre che io sappia tutto e di tutti, altrimenti non ci capiamo un tubo e continuiamo a girarci attorno.”

.

Continua?



Ciao raga,

e poi chi se ne...

se qui pioviggina, nebbiggina, scarnebbia.

Siamo andati a Bereguardo, è tempo di cachi,

mna siamo tornati con quattro pere.

.

Che la buona fortuna non perda il nostro indirizzo,

che noi abbiamo la porta aperta.

Pedro.


12 novembre, 2009

we shall over come

We shall over come

Siamo ancora nel temporale sotto il palco

http://www.youtube.com/watch?v=RkNsEH1GD7Q

A Renza, Augusta, Rita, Maria Rosa, Maria, Luca, Cesare, Eppe, Luigi, Miriam, Alba, Marisa, Natalino, Luciano, Gianna, Anna.

Ciao raga, qui piove ancora.

11 novembre, 2009

Catene

Le catene

Quell’appezzamento ad uso agricolo, un prato di sterpaglie incolte, preso per poche lire alcuni anni prima, ora vale una vera fortuna dopo che nel nuovo piano regolatore è stato inserito nella zona adibita ad edilizia residenziale. Il vecchio commerciante di legname chiude gli occhi, stringe le labbra in una smorfia e si sfrega le mani energicamente per alcuni secondi. E’ un riflesso condizionato, oramai questo gesto è diventato più di un tic nervoso, o una semplice reazione automatica, è parte integrante del suo manifestarsi, è diventato il modo con cui, inconsciamente, ostenta ogni gioia provata. Anche davanti alla più piccola soddisfazione, alla più insignificante contentezza, e le sue provengono prevalentemente dagli affari, si ripete immancabilmente in questo strofinamento . E’ pur vero che il vecchio a maneggiare soldi ci sa fare, riesce a farli fruttare anche quando sembra che ci sia solo da perderci. Ha sempre avuto un fiuto speciale per il commercio e gli investimenti, eccome se li sa sbrigare, con grande astuzia e lungimiranza, condite da una fine arguzia, insomma, è così bravo a raccontar balle che sembrano verità. Per intenderci nulla di straordinario, però nel corso degli anni, con la perseveranza dell’accumulo e la pazienza del risparmiatore è riuscito ad acquisire parecchie proprietà immobiliari, oltre, naturalmente, ad un fornita cassaforte di titoli ed altri investimenti vari. Tutto questo senza correre grandi rischi o facendo scommesse a carte coperte, ma alla maniera antica, contadina, sacco dopo sacco, mattone su mattone, risparmio su risparmio e. per gli investimenti, sicuro sul sicuro più sicuro.

In queste sue attività lui ci si può gettare, come si dice, anima e corpo. Vive da solo, con una domestica bielorussa che gli fa i mestieri di casa. I suoi sono morti da anni e non ha parenti stretti in città, gli è rimasto un cugino, ma abita lontano e poi non c’è mai stato un gran rapporto tra di loro, si saranno incontrati una decina di volte in tutta la loro vita, e nelle poche occasioni rimaste ai consanguinei per trovarsi, quelle a cui non ci si può negare, i matrimoni ed i funerali.

Di donne non si hanno altre notizie che quella della relazione, durata anni, con una commercialista di un paese vicino, legame che si interruppe improvvisamente due anni fa e senza motivi apparenti. Comunque lei si è messa, poi, con un industriale calzaturiero, mentre lui non lo si è più visto in giro con una compagnia femminile se non, e solo rigorosamente per una questione di lavoro. Può anche darsi che abbia avuto qualche altra passione ma, e se questo fu, non l’ha dato mai a vedere. Chi lo conosce bene assicura che le rare volte in cui si è lasciato andare a considerazioni riguardanti la sua vita sentimentale, ha lasciato trapelare che il suo esser single, all’assenza di una compagna al suo fianco dipende dal fatto di non averla mai incontrata, oppure di non aver mai avuto il tempo per cercarla, o, come sussurrano in molti, a causa della sua innata diffidenza, anzi, vera e prorpia malfidenza nei confronti di chiunque, non ha volutamente nemmeno iniziato a cercarla, la sua anima gemella. La sua giornata tipo s’inizia quando il sole non ha ancora sciolto le tenebre e l’aria ha in sé la freschezza della vita che rinasce. La colazione, una brioche intinta in un cappuccino, è accompagnata dalla visione del listino della borsa, l’andamento dei titoli, i suoi, predispongono il suo umore per il proseguo della giornata. Un giro tra le sue proprietà per controllare eventuali vandalismi o manomissioni prima di una camminata nel boschetto di pioppi per vedere come quegl’alberi crescano senza doversi sprecare in particolari e costosi lavori agricoli. Un caffè al bar e poi in banca, anzi, nelle banche con cui collabora, dal suo bancario di fiducia, Giampiero, a controllare i movimenti finanziari. Dopo una pausa pranzo al solito bar, sempre alquanto frugale per la verità, se non fosse per quel calice di vino buono che si concede ogni martedì, giorno di mercato. Poi nello studio a passare in rassegna le offerte, le richieste immobiliari ed all’occorrenza, contatti, colloqui e visite con eventuali acquirenti o, nel caso di acquisti, possibili venditori. Tutto questo quasi senza tirare il fiato, un impegno dopo l’altro, un appuntamento che termina dove ne inizia uno nuovo, una telefonata chiusa per poterne ricevere un’altra, un affare fiutato per uno da concludere, una specie di affare continuo in cui una opportunità ne genera un ‘altra per concluderne una terza e così via. Tutto d’un fiato, senza respiro, come è abituato a fare lui quando beve un bicchiere di vino, in una sola sgolata. A sera, sempre in defettibilmente alle venti e trenta si concede la cena, frugale e tutta d’un fiato, uguale al pranzo, come può esserlo la fotocopia di un documento originale. Dopo una doccia , naturalmente breve per non consumare troppa acqua, passa la serata nello studio a sistemare le carte ed i documenti che gli son rimasti appiccicati dagli affari della giornata. Spesso si addormenta alla scrivania, altre volte sul divano davanti al televisore, capita anche che si risvegli appoggiato al tavolo della cucina davanti ad un bicchiere di vino. Son passati tanti anni ormai da quando gli capitava, nello svegliarsi, di sentirsi un groppo alla gola, di avvertire una strana malinconia, un senso di vuoto inafferrabile tipico di chi si ritrova solo, di chi si sente incompiuto. Invece ora alla solitudine ci ha fatto il callo e nemmeno se ne accorge più d’esser senza compagnia alcuna, nemmeno quella di un cane od un gatto. Non saprebbe riconoscere la tristezza, adesso conosce solo contrarietà e malumore per qualche affare che si complica e non va nel verso voluto. No, non avverte più quei sentimenti inutili, che non rendono nulla, non avverte più nessuna passione dai costi difficili da quantificare a priori. No, non avverte una spinta ad incrementare il patrimonio, incrementare l’incrementabile. Quella domenica sembrava volesse fare la passerella alla primavera di tanto ch’era scintillante il sole e fresca l’aria. Si respirava leggerezza e voglia di vivere. Il vecchio commerciante di legnami sente i bambini giocare a calcio in strada, il loro pallone sbattere contro il cancello. Prende il telefono e chiama la polizia municipale, è la terza volta che lo fa, ed ora quei marmocchi hanno superato il limite, se gli rovinano il cancello ancora una volta è costretto a fare denuncia. Mica può buttare via i soldi così, tanto per sport. Mentre aspetta che la chiamata abbia risposta dall’altro capo del filo, incomincia a pensare a quanto potrebbe guadagnare da questo fatto. Potrebbe denunciare un danno superiore per avere un risarcimento congruo, potrebbe inserire anche le telefonate fatte in precedenza, le ispezioni fatte precedentemente, la parcella del geometra ed il tempo che perderà nei luoghi preposti al disbrigo della denuncia. Nella sua mente si chiariscono bene tutte queste opzioni, solo una cosa non riesce a cogliere e credo che mai riuscirà ad averne consapevolezza, ed è la presa ferrea che quella invisibile maglia fatta di catene lo tiene segregato nella buia cantina dell’accumulo, là dove il freddo è così glaciale da rendere impossibile il lasciarsi andare tanto da farsi prendere dal vivere la vita.

Ad ognuno le sue catene.

Quando passa per la piazza tutto curvo ed indaffarato spesso c’è qualcuno che obietta: Ma cosa se ne fa di tutti quei soldi, è da solo e tanto non se li può mica portare con sé nella tomba. Sarebbe meglio se si godesse la vita ed invece guarda come vive.

Non sanno che lui la vita se la gode così, è così che si sente realizzato, è così che si riconosce.

.

Gran classe

Il sole accende di luce l’aria purificata dalla pioggia,

venature di ruggine ravvivano il verde,

è un muoversi lento appesantito dalla stanchezza,

è il brillare riflesso di riflessi che ammalia,

occorre dirlo, quando ci vuole,

l’autunno è come una donna avanti con gli anni

ma di gran classe,

e quella rimane immutabile nel tempo ed oltre.

.Ciao,

qui c'è un'aria strana, molti mal di pancia e qualcuno si dà da fare per raccoglierli,

chissà che grande ......................... ci seppellirà

Ciao a tutti,

che la buona sorte

sia dalla nostra parte

Pedro.

07 novembre, 2009

Ritorno e inizio

Torricella Verzate


Ritorno in Belgio


Domani è presto quì. Ci vuol poco, solo un giorno. Se poi è un domani particolarmente atteso allora ci vuole qualcosa di più, dipende da cosa ci si aspetta da esso. Jean si sistema gli occhiali ed esce in cortile. Da sotto il piccolo portico, quell’uomo non molto alto a smilzo, con suoi occhi tra il verde e l’azzurro chiaro, osserva un cielo grigio pregno di nuvole che faticano a trattenere la pioggia. L’aria è umida e l’erba del giardino s’è piegata verso est in un ritardato inchino di benvenuto all’autunno. La piccola panda bianca, pulita e tirata a lucido come per le grandi occasioni, è parcheggiata davanti al garage con il serbatoio pieno di benzina. Si volta verso la casa, nel vano della finestra scorge la figura di sua moglie Cecile intenta nelle faccende di cucina, starà probabilmente preparando il pranzo. Incomincia a scappare qualche goccia di pioggia ma a lui interessa poco, tanto sa che da domani mattina non sarà più qui, anzi, con la mente un po’ lontano lo è già. A pensarci bene poi, è meglio così, vorrà dire che non correrà il rischio di trovarsi delle nebbie sul tragitto che ha da compiere. Da domani, alla guida della sua utilitaria ed in compagnia della inseparabile moglie intraprenderà un lungo viaggio, destinazione il Belgio. E’ una avvenimento così agognato che da un po’ di tempo in qua non fa che parlarne, e che questo gli occupi così tanto la mente lo si avverte dal suo discorrere perché, anche quando i discorsi hanno come oggetto tutt’altri argomenti lui trova comunque il modo di precisare, quasi l’appuntasse alla sua stessa memoria, che lui “deve andare in Belgio”. Il motivo del viaggio, ripetuto quasi in modo ossessivo, è la visita annuale sulla tomba in cui è sepolta la sorella, lassù, in quel piccolo paese belga al confine con la Francia. Al ricordo di quella cittadina un leggero pensiero d’astrazione scivola sul suo sentire e se non fosse che, alla sua età si vergogna, lascerebbe che sui suoi occhi affiorasse il riflesso tremolante della commozione. Lui era nato in quel luogo, così come sua sorella, suo padre se n’era andato via dall’Italia dopo l’avvento del fascismo e s’era trasferito in quel posto perché là c’erano già altri connazionali che gli avevano trovato un lavoro in una fonderia. Della sua infanzia custodisce un ricordo bellissimo, come sente legata a sé in maniera indissolubile, l’immagine, mitizzata dal tempo, di suo padre. Le volte in cui, lui grande appassionato di ciclismo, lo portava a vedere le grandi corse classiche che si snodavano tra quelle strette stradine in pavé, le potenti urla di incitamento quando vedeva sopraggiungere i corridori italiani, i loro volti colmi di fango e distrutti dalla fatica, e gli occhi, simili a quelli dei ciechi, con lo sguardo che, piegato dallo sforzo, guarda altro, l’aria di festa, la birra , le ciambelle, la polvere nella magia dei ripidi muri della Parigi – Roubaix. Un sospiro, e rivede le corse ed i giochi a nascondino con la sorella, le serate accanto al camino e la madre che rammendava, la straordinaria unione della famiglia. Chi, per vari motivi, si trova a vivere in un luogo diverso da quello in cui è nato tende istintivamente a chiudersi nel nucleo di provenienza. Allo stesso modo con cui gli immigrati vengono recepiti come diversi dai nativi, almeno per i primi tempi, a loro volta tendono a considerare i locali come estranei. Questo vale soprattutto per gli adulti, uomini o donne che siano, perché per i bambini non è così, loro familiarizzano subito, loro sì che si sentono e si vedono uguali. Nonostante la crudeltà di cui sono capaci i piccoli umani, almeno finché la loro mente rimane nell’alveo infantile, si comportano da fratelli, da uguali, fanno gruppo e solidarizzano tra loro, le loro eventuali cattiverie sono le medesime che si consumano tra consanguinei e non hanno la logica discriminante delle appartenenze.

Infatti Jean si sente ancora un po’ francese, forse ancor più che italiano, perché è in quel luogo che ha scoperto il mondo, frequentato le scuole e le amicizie, vissuto i pruriti adolescenziali, le prime passioni, ha costruito il suo diventar uomo adulto ed ha iniziato a lavorare nella stessa fabbrica in cui lavorava suo padre.

Che la vita sia tutta racchiusa in quei pochi anni e poi si passi il resto del tempo a cercare di riviverli?

Finalmente il domani arriva.

E’ mattino presto, il giorno fatica a farsi strada in un cielo plumbeo. La strada è quasi deserta, lui predilige viaggiare in questi orari, non c’è traffico e la guida dona la soddisfazione del vagare spensierato-

Ha preso a piovere, sente il ticchettio delle gocce sul tettuccio, l’asfalto animarsi di puntini scuri ed il parabrezza riempirsi di piccole bolle. Il tergicristallo inizia a ritmare silenzioso e monotono il tempo della visione del paesaggio.

Jean ha come un presentimento ma lo scaccia subito dalla mente. Chissà se corrisponde al vero ciò che Cecilia dice, cioè che la vita è simile ad un cerchio per cui più ci si avvicina al suo termine e più si ritorna al suo inizio, di come i comportamenti della senilità assomiglino a quelli dell’infanzia.

Lui ricorda solo come, ed era il 65, suo padre decise improvvisamente di ritornare in patria, al suo paese natio, una decisione che lui non è mai riuscito a comprendere appieno, e che soprattutto non ha mai accettato perché così era costretto a lasciare là la sua ragazza.

Era il 65 quando presero casa al paese in cui erano nati i suoi genitori, di quel periodo gli son rimasti pochi e confusi ricordi, sicuramente meno di quelli che gli hanno segnato la vita dell’anno seguente, perché in quel maledetto anno se ne andarono improvvisamente, a soli tre mesi di distanza uno dall’altra, suo padre e sua madre.

A volte gli capitava di ritrovarsi un tarlo, un dubbio nella mente, pensare che se suo padre avesse ritardato il suo rientro in Italia, avrebbe di conseguenza ritardato anche la sua morte. Come se la vita di suo padre fosse dipesa dal suo rientro in patria e non da quel male che gli aveva devastato i polmoni.

Ora la pioggia si è fatta fitta ed il rumore delle ruote che fendono la pioggia sull’asfalto avvolge l’abitacolo in un fruscio continuo.

Cecile se ne sta rannicchiata sul sedile, le braccia conserte e lo sguardo fisso alla strada.

Jean vorrebbe chiederle a che cosa sta pensando, ma si trattiene, si ricorda di come un giorno una sua amica avesse protestato quando lo sentì porre questa domanda a Cecile, disse che era un’invasione nel privato di una persona, un limitarne la libertà, ma lui, ingenuamente voleva soltanto esser parte di un attimo di Cecile.

No, non glielo avrebbe chiesto, ormai aveva imparato a tenersi la curiosità per sé, comunque già conosceva la risposta, l’inevitabile “niente, a niente di particolare.”

La pioggia non vuol saperne di smettere, Jean guarda la macchie scure sulle mani, gli ricordano i suoi ottant’anni e più, ritornare al paese in cui era nato poteva avere un significato che andava oltre quello di una semplice gita nei ricordi.

.

Ciao raga,

qui il tempo s'è messo a far pioggia.

Ricordo le docce del sabato pomeriggio da Maria la sporca,

sù per la strada che va a Sesto.

.

Che la buona sorte con noi abbondi,

che non ci lamentiamo.

Pedro.

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