Ritorno e inizio
Torricella Verzate Ritorno in Belgio
Domani è presto quì. Ci vuol poco, solo un giorno. Se poi è un domani particolarmente atteso allora ci vuole qualcosa di più, dipende da cosa ci si aspetta da esso. Jean si sistema gli occhiali ed esce in cortile. Da sotto il piccolo portico, quell’uomo non molto alto a smilzo, con suoi occhi tra il verde e l’azzurro chiaro, osserva un cielo grigio pregno di nuvole che faticano a trattenere la pioggia. L’aria è umida e l’erba del giardino s’è piegata verso est in un ritardato inchino di benvenuto all’autunno. La piccola panda bianca, pulita e tirata a lucido come per le grandi occasioni, è parcheggiata davanti al garage con il serbatoio pieno di benzina. Si volta verso la casa, nel vano della finestra scorge la figura di sua moglie Cecile intenta nelle faccende di cucina, starà probabilmente preparando il pranzo. Incomincia a scappare qualche goccia di pioggia ma a lui interessa poco, tanto sa che da domani mattina non sarà più qui, anzi, con la mente un po’ lontano lo è già. A pensarci bene poi, è meglio così, vorrà dire che non correrà il rischio di trovarsi delle nebbie sul tragitto che ha da compiere. Da domani, alla guida della sua utilitaria ed in compagnia della inseparabile moglie intraprenderà un lungo viaggio, destinazione il Belgio. E’ una avvenimento così agognato che da un po’ di tempo in qua non fa che parlarne, e che questo gli occupi così tanto la mente lo si avverte dal suo discorrere perché, anche quando i discorsi hanno come oggetto tutt’altri argomenti lui trova comunque il modo di precisare, quasi l’appuntasse alla sua stessa memoria, che lui “deve andare in Belgio”. Il motivo del viaggio, ripetuto quasi in modo ossessivo, è la visita annuale sulla tomba in cui è sepolta la sorella, lassù, in quel piccolo paese belga al confine con la Francia. Al ricordo di quella cittadina un leggero pensiero d’astrazione scivola sul suo sentire e se non fosse che, alla sua età si vergogna, lascerebbe che sui suoi occhi affiorasse il riflesso tremolante della commozione. Lui era nato in quel luogo, così come sua sorella, suo padre se n’era andato via dall’Italia dopo l’avvento del fascismo e s’era trasferito in quel posto perché là c’erano già altri connazionali che gli avevano trovato un lavoro in una fonderia. Della sua infanzia custodisce un ricordo bellissimo, come sente legata a sé in maniera indissolubile, l’immagine, mitizzata dal tempo, di suo padre. Le volte in cui, lui grande appassionato di ciclismo, lo portava a vedere le grandi corse classiche che si snodavano tra quelle strette stradine in pavé, le potenti urla di incitamento quando vedeva sopraggiungere i corridori italiani, i loro volti colmi di fango e distrutti dalla fatica, e gli occhi, simili a quelli dei ciechi, con lo sguardo che, piegato dallo sforzo, guarda altro, l’aria di festa, la birra , le ciambelle, la polvere nella magia dei ripidi muri della Parigi – Roubaix. Un sospiro, e rivede le corse ed i giochi a nascondino con la sorella, le serate accanto al camino e la madre che rammendava, la straordinaria unione della famiglia. Chi, per vari motivi, si trova a vivere in un luogo diverso da quello in cui è nato tende istintivamente a chiudersi nel nucleo di provenienza. Allo stesso modo con cui gli immigrati vengono recepiti come diversi dai nativi, almeno per i primi tempi, a loro volta tendono a considerare i locali come estranei. Questo vale soprattutto per gli adulti, uomini o donne che siano, perché per i bambini non è così, loro familiarizzano subito, loro sì che si sentono e si vedono uguali. Nonostante la crudeltà di cui sono capaci i piccoli umani, almeno finché la loro mente rimane nell’alveo infantile, si comportano da fratelli, da uguali, fanno gruppo e solidarizzano tra loro, le loro eventuali cattiverie sono le medesime che si consumano tra consanguinei e non hanno la logica discriminante delle appartenenze.
Infatti Jean si sente ancora un po’ francese, forse ancor più che italiano, perché è in quel luogo che ha scoperto il mondo, frequentato le scuole e le amicizie, vissuto i pruriti adolescenziali, le prime passioni, ha costruito il suo diventar uomo adulto ed ha iniziato a lavorare nella stessa fabbrica in cui lavorava suo padre.
Che la vita sia tutta racchiusa in quei pochi anni e poi si passi il resto del tempo a cercare di riviverli?
Finalmente il domani arriva.
E’ mattino presto, il giorno fatica a farsi strada in un cielo plumbeo. La strada è quasi deserta, lui predilige viaggiare in questi orari, non c’è traffico e la guida dona la soddisfazione del vagare spensierato-
Ha preso a piovere, sente il ticchettio delle gocce sul tettuccio, l’asfalto animarsi di puntini scuri ed il parabrezza riempirsi di piccole bolle. Il tergicristallo inizia a ritmare silenzioso e monotono il tempo della visione del paesaggio.
Jean ha come un presentimento ma lo scaccia subito dalla mente. Chissà se corrisponde al vero ciò che Cecilia dice, cioè che la vita è simile ad un cerchio per cui più ci si avvicina al suo termine e più si ritorna al suo inizio, di come i comportamenti della senilità assomiglino a quelli dell’infanzia.
Lui ricorda solo come, ed era il 65, suo padre decise improvvisamente di ritornare in patria, al suo paese natio, una decisione che lui non è mai riuscito a comprendere appieno, e che soprattutto non ha mai accettato perché così era costretto a lasciare là la sua ragazza.
Era il 65 quando presero casa al paese in cui erano nati i suoi genitori, di quel periodo gli son rimasti pochi e confusi ricordi, sicuramente meno di quelli che gli hanno segnato la vita dell’anno seguente, perché in quel maledetto anno se ne andarono improvvisamente, a soli tre mesi di distanza uno dall’altra, suo padre e sua madre.
A volte gli capitava di ritrovarsi un tarlo, un dubbio nella mente, pensare che se suo padre avesse ritardato il suo rientro in Italia, avrebbe di conseguenza ritardato anche la sua morte. Come se la vita di suo padre fosse dipesa dal suo rientro in patria e non da quel male che gli aveva devastato i polmoni.
Ora la pioggia si è fatta fitta ed il rumore delle ruote che fendono la pioggia sull’asfalto avvolge l’abitacolo in un fruscio continuo.
Cecile se ne sta rannicchiata sul sedile, le braccia conserte e lo sguardo fisso alla strada.
Jean vorrebbe chiederle a che cosa sta pensando, ma si trattiene, si ricorda di come un giorno una sua amica avesse protestato quando lo sentì porre questa domanda a Cecile, disse che era un’invasione nel privato di una persona, un limitarne la libertà, ma lui, ingenuamente voleva soltanto esser parte di un attimo di Cecile.
No, non glielo avrebbe chiesto, ormai aveva imparato a tenersi la curiosità per sé, comunque già conosceva la risposta, l’inevitabile “niente, a niente di particolare.”
La pioggia non vuol saperne di smettere, Jean guarda la macchie scure sulle mani, gli ricordano i suoi ottant’anni e più, ritornare al paese in cui era nato poteva avere un significato che andava oltre quello di una semplice gita nei ricordi.
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Ciao raga,
qui il tempo s'è messo a far pioggia.
Ricordo le docce del sabato pomeriggio da Maria la sporca,
sù per la strada che va a Sesto.
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Che la buona sorte con noi abbondi,
che non ci lamentiamo.
Pedro.






